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Aleramici


Aleramici
D'argento, al capo di rosso
Stato Marchesato del Monferrato
Regno di Tessalonica
Regno di Gerusalemme
Marchesato di Saluzzo
Marca di Savona
Marchesato di Finale
Marchesato di Zuccarello
Marchesato di Gorzegno
Marchesato di Novello
Marchesato di Spigno
Marchesato di Grana
Marchesato di Ceva
Marchesato di Busca
Titoli Marchese del Monferrato
Re di Tessalonica[1]
Re di Gerusalemme[2]
Marchese di Saluzzo
Marchese di Savona
Marchese di Finale
Marchese di Busca
Marchese di Ceva
Marchese di Novello
Marchese di Gorzegno
Marchese di Clavesana
Marchese di Incisa
Marchese di Zuccarello
Marchese di Spigno
Marchese di Grana
Marchese di Bosco
Marchese di Ponzone
Conte di Butera
Conte di Racalmuto
FondatoreAleramo
Ultimo sovranoGiovanni I, Marchese del Monferrato
Data di fondazione967[3]
Data di estinzione1305[4]
Etniaitaliana
Rami cadetti

Gli Aleramici furono un'importante famiglia feudale di origine franca (o franco-salica), i cui diversi rami furono protagonisti della storia di varie regioni italiane, principalmente il Piemonte e la Liguria, ma anche la Sicilia e il Mezzogiorno d'Italia in epoca sveva.

Discendenti da un ceppo dell'aristocrazia militare e funzionariale del Regno dei Franchi Occidentali, giunsero in Italia alla fine del IX secolo in seguito alla sconfitta del candidato imperiale Guido di Spoleto, del quale erano partigiani. Il capostipite ed eponimo Aleramo, figlio di un conte salico chiamato Guglielmo, fu fedele dapprima dei re d'Italia Ugo di Provenza e Berengario II d'Ivrea, ma, in seguito, si alleò all'imperatore Ottone I di Sassonia, dal quale fu riconfermato nel governo della Marca che da lui prese il nome nell'anno 967. Tale entità territoriale si estendeva dall'odierna provincia di Vercelli fino al Ponente Ligure.

Dal dominio originario di Aleramo discenderanno nei secoli seguenti numerose dinastie sovrane, alcune delle quali ancora esistenti oggi, che governarono vaste aree dell'Italia nord-occidentale con il titolo di marchesi. Particolarmente rilevanti furono il Marchesato del Monferrato, il Marchesato di Saluzzo, nonché i marchesati di Busca e di Ceva. L'originaria Marca di Savona, sorta dalla divisione dei domini dell'aleramico Bonifacio del Vasto, si estinse invece alla metà del XII secolo per l'erezione della città in libero comune; dall'antico Stato savonese sorsero numerosi marchesati carretteschi, tra i quali il più importante fu il Marchesato di Finale.

Nel corso del XII secolo i marchesi di Monferrato assursero ad un ruolo di protagonisti delle vicende del loro tempo. Il marchese Guglielmo V detto il Vecchio, nipote di papa Callisto II e cognato dell'imperatore Corrado III del Sacro Romano Impero e del re di Francia Luigi VI, fu uno dei comandanti della Seconda crociata. Schierato sul fronte filo-imperiale, come sarà proprio della tradizione ghibellina del suo casato, Guglielmo fu tra i più potenti signori feudali d'Europa: venne descritto dal cognato, il vescovo Ottone di Frisinga, come "l'unico dei signori d'Italia che sia sfuggito al potere delle città[6].

Tra i suoi quattro figli, Bonifacio I degli Aleramici fu uno dei capi della Quarta crociata e fondò il Regno di Tessalonica nel 1204, mentre il nipote Baldovino V, il figlio Corrado e Maria, figlia del precedente, furono sovrani del Regno di Gerusalemme, rispettivamente dal 1185 al 1186, dal 1190 al 1192 (de facto), e dal 1205 al 1212.

Dopo il sostanziale fallimento dei tentativi espansionistici in Oriente e l'effimero Stato costruito dal marchese di Monferrato Guglielmo VII sul finire del XIII secolo, il ramo principale si estinse nel 1305, passando la successione ai Paleologi di Bisanzio. Le numerose altre dinastie aleramiche proseguirono invece a lungo la loro storia.

La cifra caratterizzante del potere aleramico fu il generoso mecenatismo letterario, che favorì la produzione della poesia trobadorica provenzale: nelle corti di Monferrato, di Saluzzo e di Finale trovarono ospitalità nomi celebri come Rambaldo di Vaqueiras, Bernart de Ventadorn e Gaucelm Faidit. La liberalità dei marchesi, valore fondante dell'etica cavalleresca, li rese celebri e apprezzati nell'ambiente letterario europeo, come testimoniano gli elogi di Dante Alighieri nel Convivio e, in tempi più recenti, di Giosuè Carducci[7].

Indice

Origini


La leggenda di Aleramo

«Esultante di castella e vigne/suol d'Aleramo

Piemonte di Giosuè Carducci»

Non sono del tutto chiare né le origini né la genealogia della casata sia per la scarsità o la poca attendibilità delle fonti sia per le contraddizioni provocate da documenti falsi realizzati nel Settecento a sostegno di precise pretese araldiche e largamente utilizzati dagli storici ottocenteschi[8]. Nei secoli scorsi molti storici cercarono di rintracciare i progenitori di Aleramo, il fondatore della dinastia, che secondo fonti medievali fantasiose sarebbe disceso da Teodorico di Frisia o dai Signori del Kent. Altri storici, specie nel XVI-XVII secolo cercarono inutilmente di trovare conferme documentali alla leggenda sull'amore, che avrebbe legato Aleramo ad Adelasia, mitica figlia dell'imperatore tedesco Ottone I di Sassonia[9].

La principale sorgente delle notizie leggendarie su Aleramo è costituita dalle cronache redatte dai frati domenicani Iacopo d'Acqui e Galvano Fiamma, che attinsero a fonti letterarie oggi perdute e alle tradizioni popolari[9]. La loro opera, e in particolare quella di fra' Iacopo, influiranno su altri autori tra il XV e il XVII secolo. La leggenda fu poi resa immortale dalla versione del poeta e scrittore italiano Giosuè Carducci contenuta nel volume Cavalleria e Umanesimo[9].

Il racconto narra che il marchese Aleramo sia nato presso Acqui Terme, più precisamente nell'Abbazia di Santa Giustina a Sezzadio, durante il pellegrinaggio dei nobili genitori tedeschi[9]. Rimasto orfano dei suoi genitori, il bell'Aleramo venne ingaggiato nell'esercito imperiale ed entrò alla corte dell'Imperatore Ottone I, ove conobbe Adelasia o Alasia, figlia dell'Imperatore, e tra i due nacque un tenero sentimento[9]. Incapaci di riferire la cosa a sua maestà temendo un rifiuto al matrimonio, i due innamorati scapparono nelle terre natali di Aleramo. Nella fuga usarono lei un cavallo bianco e lui uno rosso (da qui lo stemma bianco e rosso degli Aleramici: d'argento, al capo di rosso)[9]. Aleramo non riuscì a vivere senza combattere per difendere la pace. Quando l'imperatore Ottone I venne a conoscenza della cosa, volle incontrare il coraggioso giovane e perdonò i due amanti. Ad Aleramo concesse allora, in un impeto di generosità, tante terre quante egli fosse riuscito a percorrerne cavalcando senza sosta. Il territorio che egli percorse è il Monferrato: tale nome deriva da mun (mattone) e da frà (ferrare), ovvero dai mattoni utilizzati per ferrare i tre cavalli che Aleramo cavalcò[9].

Il personaggio storico

La dotazione del monastero di Grazzano, un documento del 961, riferisce che Aleramo era figlio di un conte Guglielmo, di legge salica. Sembra plausibile identificare Guglielmo con un personaggio, probabilmente di stirpe franca, entrato in Italia con trecento soldati al seguito di Guido II di Spoleto nell'888 e attivo nel 924 alla corte di Rodolfo II di Borgogna re d'Italia. Le origini di Aleramo sarebbero quindi da cercare (e varie ipotesi sono state fatte) nei territori dell'antico regno di Lotario.

La prima menzione di un radicamento della famiglia aleramica, o almeno di una parte di essa, nel nuovo ordine imperiale compare nel Cartolario dell’abbazia di Montieramey dell’anno 837[10]. Essa riguarda un Aleramo, conte di Troyes (noto anche come Alerano di Barcellona), signore dell'ultimo lembo settentrionale della Borgogna, accanto alla Contea di Brienne, prima che avvenga la riorganizzazione territoriale che porterà alla nascita della Champagne. Questo Aleramo fu un valente capo guerriero del suo tempo. Fidelis di Ludovico il Pio e, alla sua morte, di Carlo il Calvo, combatté con successo gli arabi in Catalogna nell'850, venendo quindi incaricato di sedare la rivolta di Bernardo di Settimania, riuscendo nell’impresa ma perdendovi la vita, come era avvenuto ad altri suoi fratelli prima di lui[10]. Quanto agli eredi, nulla si sa, tanto da accreditare la conclusione di alcuni che non abbia lasciato figli, almeno maschi, dietro di sé[10].

Notizie ancora precedenti si rintracciano in altri due documenti: il primo tratta di un placito che Carlo Magno è chiamato a dare nel 775, a proposito di un monastero conteso tra la grande Abbazia di Saint-Denis e il vescovo di Parigi. Nel testo compare un “Adelramno de parte Sanctii Dionisii[10], senz’altra qualifica. Il secondo riguarda l’intervento di un Aleramo, in qualità di conte palatino, quale componente il tribunale reale in una causa tra l’abbazia di Saint Denis e un certo Angalvino.[10]

Il primo atto è del 775, il secondo del 868[10]. Diversi studiosi ritengono che questi due Aleramo facessero parte della famiglia di Troyes e, pertanto, questo loro coinvolgimento negli affari dell’Abbazia di Saint Denis farebbe supporre non uno, bensì due luoghi di radicamento aleramico.[10]

Aleramo II, così numerato per distinguerlo da quello di Troyes e di Barcellona, fu un personaggio non trascurabile[10]: egli creò infatti una solida rete di potere territoriale lungo un arco di contee e monasteri importanti in un semicerchio a nord di Parigi, che fece dei figli, Aleramo III e Teodorico, i giocatori chiave nella regione e li collocò efficacemente per capeggiare la difesa della città durante l'assedio normanno degli anni 885-886[10]. Essi fecero strage di Normanni al seguito dell’imperatore Carlo il Grosso[10] quando, durante l’assedio sostenuto da Eudes (Oddone, conte di Parigi), il figlio di Roberto il Forte (capostipite dei Robertingi, poi Capetingi, Re di Francia), e dal vescovo di Parigi Gaucelin, fece una sola, breve apparizione sulle alture di Montmartre.

Aleramo II, nonostante i legami parentali con Oddone, che aveva sposato sua sorella Teoderada, e il fatto che il gemello Teodorico si fosse schierato con Oddone stesso nella contesa per il trono dei Franchi occidentali, aderì alla fazione legittimista fedele alla dinastia carolingia, capeggiata dall'Arcivescovo di Reims Folco il Venerabile[10]. Questi invitò il marchese franco-italico Guido II di Spoleto a oltrepassare le Alpi e ad avanzare la sua pretesa alla corona di Francia. Del medesimo gruppo facevano parte Anscario, figlio di Amedeo d’Oscheret e poi iniziatore della dinastia degli Anscarici, marchesi d’Ivrea, il conte di Langres Milone e il vescovo Geilo (o Geilone) che incoronerà Guido nella sua cattedrale di Langres.[10] Ma l'arcivescovo Folco cambiò partito e incoronò re il carolingio Carlo il Semplice a Reims nell'893 sostenendolo poi durante i primi mesi di duri contrasti con Oddone, finché quest’ultimo accetterà il compromesso, riconoscendolo ufficialmente nell'897 e designandolo in qualità di erede alla sua morte[10]. Ciò che avverrà solo un anno dopo, nell'898. Aleramo II, fedele ai carolingi, sarà ricompensato da Carlo il Semplice il 25 maggio del 900, con la concessione dei pagi di Chamsesais e Pertois, nel Chalonnais[10].

Il padre dell'Aleramo italiano, Guglielmo, compare negli stessi anni al seguito dello sconfitto Guido di Spoleto nel suo ritorno in Italia, nell'anno 888. Ciò lo rende, secondo le teorie più accreditate nella recente bibliografia scientifica, un probabile parente degli aleramici franco-borgognoni[10][11]. Le origini familiari di Adelasia, prima moglie di Aleramo e progenitrice degli aleramici, restano sconosciute. Certo è che Aleramo sposò poi Gerberga, figlia di Berengario II re d'Italia e che questo matrimonio gli consentì di acquisire il titolo marchionale fra il 958 e il 961.

Aleramo in Italia

L'Aleramo storico può essere considerato il vero ed effettivo fondatore delle dinastie aleramiche. Egli godeva di grande prestigio sia presso i re d'Italia Ugo di Provenza (definito da questi in una donazione "fidelis noster Alledramus")[11], Lotario II d'Italia e Berengario II d'Ivrea, sia alla corte dell'imperatore Ottone I, come dimostrato da diverse donazioni di terre, che si aggiunsero ai beni che già possedeva nel Vercellese e in Lombardia, e dal titolo di marchese assegnatogli da Berengario II[11]. Peraltro, lo stesso Berengario, come Aleramo, discendeva da una casata marchionale di origine franca, gli Anscarici, esule in Italia al seguito di Guido di Spoleto. Entrambi avevano mantenuto stretti legami con la corte dei re di Borgogna, tanto che Aleramo fu un favorito della regina Adelaide di Borgogna, moglie dell'imperatore Ottone I di Sassonia la quale gli consentì di passare indenne attraverso la sconfitta di Berengario e l'assunzione del trono italico da parte dell'imperatore germanico[12].

Nel 967 infatti, Ottone di Sassonia gli donò un vasto territorio fra l'Orba e il Tanaro, che a sud raggiungeva le vicinanze di Savona. Questo territorio, boscoso e incolto, era stato devastato nel corso del secolo precedente da incursioni brigantesche, provenienti, o comunque favorite dai cosiddetti "saraceni" di Frassineto nella Francia meridionale[11]. Questo territorio fu chiamato "Vasto" o "Guasto" e molti successori di Aleramo si chiamarono appunto "marchesi del Vasto". Per alcuni secoli, secondo Riccardo Musso, il toponimo restò in uso per il territorio montuoso compreso fra Dego, Montenotte, Carcare e Cairo. In altri luoghi prevalse invece il toponimo equivalente "Langhe" (vulgariter enim loca deserta Langae dicuntur secondo il Lunig)[11]. Non era un territorio omogeneo, si trattava piuttosto di varie corti sparse sulle boscose ed incolte colline del Piemonte meridionale. L'investitura ottoniana, peraltro, giunse dopo che Aleramo aveva ottenuto una grande vittoria contro i saraceni in una battaglia presso l'odierna Acqui Terme, liberando l'area dalle scorrerie arabe che la martoriavano da decenni[13].

La marca, di cui Aleramo era marchese, si estendeva approssimativamente dal basso Vercellese al Savonese, l'area costiera fra Finale e Cogoleto. Entro quest'area si trovavano però nuclei urbani, come Savona o Acqui, guidati dal loro vescovo e dotati di grande autonomia, riconosciuta dagli stessi imperatori[11]. Al momento dell'investitura di Aleramo il resto del Piemonte e della Liguria Occidentale risultava diviso in due grandi marche: a nord quella di Ivrea e a sud, fra Torino e Ventimiglia, quella del marchese di Torino Arduino il Glabro.

I principali rami della discendenza di Aleramo e relative suddivisioni patrimoniali


Gli aleramici non seguivano la regola del maggiorasco e per mitigare l'indebolimento della dinastia dovuta al frazionamento dei beni feudali, li gestivano in modo consortile. I domini di Aleramo rimasero proprietà parzialmente indivisa fra i discendenti dei suoi due figli Ottone e Anselmo per quasi un secolo, come dimostrano gli accordi che Savona continuò a rinnovare con tutti i rami della famiglia sino al 1085.

Alla fine dell'XI secolo, a circa un secolo dalla morte di Aleramo, i tre rami principali della discendenza di Aleramo erano:

Questa suddivisione corrisponde anche ai nuclei patrimoniali evidenziati dalle tre importanti donazioni, che furono fatte ad Aleramo. Le prime due donazioni furono fatte da Ugo di Provenza e Lotario II d'Italia, re d'Italia. La prima (934) consisteva nella corte di "Auriola" (?), che consentì ad Aleramo di espandere i propri domini nel nucleo storico del Monferrato. La localizzazione più accettata è Trino, subito a nord del Po fra Chivasso e Vercelli, anche se il nome Auriola ricorda Olivola, nei pressi di Grazzano. La donazione dell'anno successivo riguardò la corte di Villa del Foro (la romana "Forum Fulvii", oggi una frazione di Alessandria), il territorio fra "Barcile" e "Carpanum", che potrebbe essere il territorio lungo l'Orba sino a Carpeneto e la villa di Ronchi. L'Alessandrino e la valle dell'Orba (i primi due beni della seconda donazione) costituiranno il nucleo patrimoniale dei marchesi del Bosco, mentre il terzo, non lontano dal territorio in cui due secoli dopo nascerà il marchesato di Incisa, potrebbe essere stato trasmesso ai marchesi di Sezzadio, i cui beni confluirono in parte nei beni dei marchesi del Vasto. Infine nel 967 l'imperatore Ottone I di Sassonia donò ad Aleramo sedici corti nel territorio devastato dai "saraceni" di Frassineto nel retroterra di Savona e nelle Langhe. Questo territorio, chiamato "Vasto", fu il nucleo patrimoniale dei marchesi detti, appunto, del Vasto.

La separazione patrimoniale fra i tre rami aleramici, già avviata nei primi decenni del secolo XI, si concluse in concomitanza con l'estinzione della discendenza maschile dei marchesi di Torino. Dato che due figlie di Olderico Manfredi II, Berta e Adelaide, avevano sposato rispettivamente Tete (il padre di Bonifacio del Vasto) ed Enrico di Monferrato, dopo la morte di Adelaide il territorio dei marchesi aleramici poté estendersi lungo il Po a tutto il basso Piemonte, scontrandosi però con le ambizioni dei Savoia (Umberto conte di Moriana). La definizione degli ambiti di potere di Bonifacio e Umberto di Moriana si stabilì lungo un confine situato fra Staffarda e Carmagnola, lungo la linea del Po.

L'ampio dominio di Bonifacio, "il più famoso marchese d'Italia", secondo il cronista Goffredo Malaterra, fu suddiviso fra i suoi sette figli dando origine a un gran numero di linee dinastiche: i marchesi di Saluzzo, quelli di Busca e Lancia, quelli di Ceva e Clavesana, quelli di Savona e quelli di Incisa.

Tavola genealogica di sintesi

 Guglielmo I
*? †~924-933
 
 
 Aleramo
fl. 933-967 † ante 991
 
   
 Guglielmo II
*? †961?
Ottone I
fl. 969 †991
 Anselmo
*? †~999-1014
  
   
 Guglielmo III
*991 †1042
Riprando
*? †?
 Anselmo II
*? †~1027
  
   
 Ottone II
*? †1084
Enrico
*? †~1045
 Oddone/Teuto
*1036 †?
  
       
 Guglielmo IV
*~1035 †1100
Arrigo
*? † post 1126
Manfredo
*? †1079
 Bonifacio
*~1055 †~1125
Anselmo
*? †1079
Enrico
*? †?
Otto
*? †?
    
           
 Ranieri I
*1100 †1137

Marchesi di Occimiano
Enrico
*1079 †1137
Bonifacio il Maggiore[14]
*? † post 1144
Manfredo I
*? †1175
Guglielmo
*? † ante 1140
Ugo
*? †?
Anselmo
*? †?
Enrico
*? †1185
Oddone Boverio
fl. 1142 †~1185
Bonifacio il Minore[15]
fl. 1185
        
        
 Guglielmo V
*~1100 †~1191
 
Aleramici di Sicilia

Aleramici di Incisa

Aleramici di Saluzzo

Aleramici di Busca (e di Lanza?)
 
Marchesi di Ceva e di Clavesana

Aleramici Del Carretto

Marchesi di Loreto
 
      
Guglielmo
*~1140 †1177
Corrado
*1140 †1192
Bonifacio I
*1150 †1207
Ottone
*? †1251
Federico[16]
*? †~1180
Ranieri II
*1162 †1183
  
   
Baldovino V
*1177 †1186
 Guglielmo VI
*1173 †1225
Demetrio
*1205 †1230
 
 
 Bonifacio II
*~1202 †1253
 
 
 Guglielmo VII
*1240 †1292
 
 
 Giovanni I
*~1277 †~1305
 
 
 
Paleologi di Monferrato

Gli Aleramici del Monferrato

I discendenti di Aleramo gestirono per molti anni in modo consortile i domini ereditati. Dopo qualche decina d'anni, però, il territorio del Monferrato diventò un marchesato, di cui ebbero la signoria esclusiva i discendenti di Ottone, uno dei due figli di Aleramo

Dal XII secolo i marchesi di Monferrato accrebbero enormemente il loro potere, diventando la principale dinastia feudale del Piemonte meridionale. Gli obiettivi dei marchesi furono l'espansione a danno delle importanti città comunali di Asti, Alba e Alessandria, ma già dalla metà del secolo la famiglia fu impegnata anche in un secondo fronte, quello orientale. La partecipazione alle guerre in Terrasanta, ed in particolare alla Terza crociata, portò grande gloria alla corte dei Monferrato.

I successori di Guglielmo VI, Bonifacio II il Gigante e Guglielmo VII il Grande si dedicarono all'estensione dei loro domini in Piemonte. Guglielmo VII ottenne la gloria maggiore quando riuscì ad estendere talmente la sua influenza da diventare anche capitano di Milano. Questi, che portò forse all'apice della potenza la sua famiglia, finì miseramente i suoi giorni in una gabbia di ferro, catturato dagli alessandrini.

Con la morte di Guglielmo VII il Grande, il marchesato precipitò nel disordine. Il figlio Giovanni I, che si spense senza eredi maschi nel 1305, fu l'ultimo marchese aleramico del Monferrato.

La figlia di Guglielmo VII, Violante, aveva però sposato l'imperatore bizantino Andronico II (si osservi il legame ancora molto vivo tra gli Aleramici e l'Oriente): il figlio Teodoro pretese il trono di Monferrato e riuscì ad ottenerlo. Iniziò da quel momento la dominazione della famiglia dei Paleologi.

Elenco dei marchesi aleramici di Monferrato

I Monferrato in Oriente

Guglielmo V il Vecchio, Corrado e Bonifacio I intervennero con grande slancio nelle imprese della Crociata, a tal punto che Corrado riuscì a diventare, sebbene per poco tempo, Re di Gerusalemme.

Bonifacio, invece, riuscì a cingere la corona del piccolo regno che si ritagliò in Tessaglia: il Regno di Tessalonica. Il titolo suonò più altisonante che effettivo, anche perché alla morte di Bonifacio I nel 1207 dopo un attacco nel territorio bulgaro, l'effimero regno di Tessalonica si dissolse rapidamente e senza speranza. Il figlio Demetrio, infatti, ottenne il trono tessalonicese ancora in età giovanile e il suo potere venne affidato a dei reggenti. Quando, infine, il regno fu annesso al Despotato d'Epiro, Demetrio fu costretto a riparare alla corte dell'Imperatore Federico II, concedendogli i diritti titolari di successione al regno mediorientale.

Come già accennato, inoltre, i Monferrato divennero membri delle dinastie regnanti a Bisanzio. Ranieri di Monferrato, sposando nel febbraio 1180 la figlia di Manuele Comneno, imperatore d'Oriente, diventava genero e membro della dinastia regnante (anche se, salito al trono Andronico I Comneno, questi verrà eliminato).
I Monferrato, inoltre, si legarono anche con la successiva dinastia Paleologa: sposando Andronico II Paleologo, la marchesina Violante diede alla luce Teodoro, che forte dei diritti di sua madre, resistette con successo alle pretese dei marchesi di Saluzzo alla successione al governo del Monferrato nel 1305, iniziando una nuova dinastia.

Gli Aleramici di Bosco e Ponzone

Da Anselmo III, nipote di un primo Anselmo figlio di Aleramo del Monferrato, nacque Ugo, marchese di Bosco e di Ponzone. Egli ereditò i diritti aleramici nel territorio che dal litorale ligure fra Albisola (ad oriente del monte Priocco) e Varazze compresa si spingeva nella pianura padana lungo le valli dell'Orba, della Stura e del Piota sino ad Alessandria, avendo come confine nord-occidentale la Bormida di Spigno.

Due figli di Ugo, Anselmo e Aleramo, diedero origine rispettivamente ai marchesi di Bosco e a quelli di Ponzone. La signoria dei primi si estendeva su Bosco, Ovada, Ussecio (ora Belforte Monferrato), Pareto, Mioglia, Monteacuto, Ponte dei Prati (oggi Pontinvrea), Casteldelfino (località, che un tempo sorgeva fra Pontinvrea e Giovo Ligure) e Stella, mentre i secondi ebbero Ponzone, Sassello, Spigno, Celle e Varazze.

Nei secoli successivi il loro territorio fu conteso fra i comuni di Alessandria e di Genova, a cui i marchesi dovettero ripetutamente giurare sottomissione. Il progressivo frazionamento dei beni feudali fra diverse linee dinastiche fu la principale causa della decadenza dei marchesi di Bosco e Ponzone.

Gli Aleramici Del Vasto

Bonifacio del Vasto suddivise i suoi feudi fra sette figli. Tre di essi non ebbero discendenza, perciò ne originarono le quattro dinastie feudali indicate nel seguito dei marchesi di Saluzzo, di Ceva e Clavesana, di Savona, di Busca e Lancia. Bonifacio ebbe anche un figlio di primo letto, da lui diseredato, che tuttavia, facendo probabilmente leva sull'eredità materna, diede origine al marchesato di Incisa.

Gli Aleramici di Saluzzo

Alla morte di Bonifacio del Vasto il territorio del Marchesato di Saluzzo passò al figlio maggiore Manfredo. Il nome Del Vasto, utilizzato arbitrariamente dai cronisti saluzzesi per indicare i marchesi di Saluzzo, discendenti da Manfredo, indica propriamente solo il consortile dei figli di Bonifacio e compare per la prima volta nel 1162 (e perciò incidentalmente non compare mai neppure per Bonifacio, che era morto dal 1125 circa).

I Saluzzo furono per secoli pressati dalla potenza in ascesa dei Savoia, rimanendo per lunghi secoli arroccati nel borgo di Saluzzo (che sarà il marchese Manfredo II a considerare sua capitale). Nel 1305, al momento della morte senza eredi di Giovanni I, ultimo marchese aleramico del Monferrato, i marchesi di Saluzzo cercarono inutilmente di ottenerne la successione.

Il momento di maggiore gloria dei marchesi di Saluzzo si verificò nel XV secolo, sotto i marchesati di Ludovico I e Ludovico II: in quegli anni il piccolo Stato divenne un raffinato centro di cultura e di arte, abile mediatore tra le contese belliche del Piemonte del tempo.

Ma, dopo la morte di Ludovico II, il marchesato iniziò a decadere rapidamente. Le guerre italiane di Carlo VIII di Francia e di Luigi XII devastarono il piccolo Stato, mentre i signori, che lo governarono, si spensero senza discendenza. Quando l'ultimo marchese, Gabriele, venne deposto, il territorio di Saluzzo passò prima sotto il controllo francese e poi, dopo il Trattato di Lione del 1601, ai Savoia.

Elenco dei marchesi aleramici di Saluzzo
Lo stesso argomento in dettaglio: Marchesi di Saluzzo.

Gli Aleramici di Ceva

Il quarto figlio di Bonifacio del Vasto, Anselmo, divenne dopo il 1125 primo marchese di Ceva, signore di un territorio posto strategicamente sugli Appennini (Tale titolo viene confermato in un documento del 1140).

Alla sua morte, Anselmo (che era signore anche di Clavesana) divise i suoi domini tra i figli Guglielmo I e Bonifacio: al primo andò Ceva, al secondo Clavesana e Boves.

Il marchesato cercò di sopravvivere attraverso un'attenta politica matrimoniale e l'appoggio delle città comunali di Asti e Alba: nel XII secolo il territorio venne notevolmente ampliato, grazie all'appoggio degli astigiani (come ricordato nel Codex Astensis). Promotore di questa espansione fu Guglielmo di Ceva, cui va il merito di aver consolidato la posizione della casata.

Dal 1218 non si hanno più notizie di Guglielmo di Ceva. Il territorio venne spartito tra i suoi figli. Uno di essi ottenne il titolo di marchese di Clavesana, proseguendo la linea marchionale del borgo. Nel secolo successivo il matrimonio di Caterina di Clavesana con Enrico (III) del Carretto portò una parte dei territori dei Clavesana nell'Albenganese sotto il controllo dei Del Carretto di Finale.

Gli Aleramici di Savona (Del Carretto)

Il 10 giugno 1162 Enrico del Vasto ottenne dall'imperatore Federico Barbarossa l'investitura della marca di Savona, un ampio territorio, che dalla costa ligure (da Savona a Finale) si estendeva lungo le valli delle Bormide sin quasi ad Acqui. Anche Cortemilia e Novello si aggiunsero ai domini di Enrico alcuni decenni dopo, con la morte senza eredi di Bonifacio, fratello di Enrico, vescovo di Alba e marchese di Cortemilia. Analogamente la morte di Ugo di Clavesana, altro figlio di Bonifacio del Vasto, è all'origine dei diritti che i discendenti di Enrico vantarono nella diocesi di Albenga e in altri territori dell'antico marchesato di Clavesana.

Da Enrico del Vasto (chiamato anche Enrico I Del Carretto) discendono tutti i Del Carretto, che nei secoli successivi si spartirono in vario modo i suoi domini. Enrico, però, non utilizzò mai il nome Del Carretto, che fu attribuito per la prima volta ai suoi figli dopo il 1190. Il nome è stato collegato con il possesso di un piccolo castello sulla Bormida detto appunto Carretto, anche se recentemente sono state poste delle obiezioni a questa ipotesi.

Il controllo di Enrico del Vasto sul vasto territorio della marca di Savona era più formale che sostanziale a causa della crescente autonomia dei comuni di Savona, Noli, Alba e Alessandria. Già nella prima metà del XII secolo Savona e Noli si erano gradualmente costituite in liberi comuni sotto la protezione di Genova e gli accordi del 1153 con Savona e del 1155 con Noli avevano formalizzato la loro larga autonomia.

Nonostante la presenza di beni patrimoniali e di diritti fiscali nel Savonese e nel Nolese (diritti che furono riscattati con moneta contante in vari accordi entro la fine del secolo) la presenza carrettesca sulla costa ligure al momento dell'investitura di Enrico era di fatto ridotta soltanto al Finalese. Circa nel 1193 il nucleo urbano di Finalborgo venne cinto di mura da Enrico II del Carretto, il figlio di Enrico del Vasto, che sembra essere stato il primo nel 1188 a utilizzare il titolo di marchese di Finale. Per molti secoli, tuttavia, i del Carretto continuarono a portare il titolo onorifico di marchesi di Savona, che ricordava l'antichità della loro casata e l'origine imperiale del titolo.

Sia Enrico II che suo figlio Giacomo furono ghibellini, come Enrico del Vasto. Giacomo sposò una figlia naturale di Federico II di Svevia, Caterina da Marano. Dopo la morte di Giacomo del Carretto (1265), i suoi domini furono divisi fra i figli in terzieri, dando origine a tre distinte linee dinastiche. Uno di questi stati, il Terziere di Finale, rimase stato sovrano per tre secoli, prima di passare alla Spagna (1602). Gli altri due terzieri sono quello di Millesimo, i cui signori si sottoposero al dominio dei marchesi di Monferrato, e quello di Novello. Nel Trecento inoltre i Del Carretto, anche grazie al matrimonio di Enrico, terzo figlio del marchese Giorgio, con Caterina di Clavesana, diedero origine al marchesato di Zuccarello e Balestrino, fra Finale e Albenga.

Nonostante la sovranità riconosciuta dall'imperatore, i Del Carretto dovettero difendere continuamente la propria autonomia dalle ambizioni di Genova, che considerava i territori dei marchesi di Savona come una spina nel fianco (dividevano in due i possessi della Repubblica). Nel 1385 Genova ottenne che i marchesi si riconoscessero suoi soggetti per metà dei loro domini feudali.

Nel Quattrocento, invece, l'alleanza con i Visconti, prima, e con gli Sforza, poi, consentì ai marchesi di Finale di godere di una sostanziale autonomia. Approfittando, però, del periodo della Repubblica Ambrosiana (l'interregno fra le due dinastie milanesi), Genova innescò una guerra che si protrasse dal 1447 al 1448 ed ebbe come risultato l'incendio di Finalborgo, la capitale del marchesato, la demolizione di Castel Gavone e la completa sottomissione a Genova. Già nel 1450, però, Giovanni I Del Carretto riconquistò Finale.

Anche nel Cinquecento Finale, in strettissimi rapporti con Andrea Doria, rimase indipendente. Genova tornò a invadere il marchesato del Finale nel 1558, facendo leva sulle proteste di una parte della popolazione, stremata dalle difficoltà economiche dell'ultima fase di guerra antecedente la Pace di Cateau-Cambrésis e dal rigido governo di Alfonso II del Carretto. Dopo un effimero ritorno del marchese scoppiò una nuova rivolta fomentata e protetta dalla Spagna, che desiderava assicurarsi il dominio diretto sull'unico scalo ligure non dipendente da Genova e ben collegato con il milanese tramite i feudi imperiali del Monferrato. Questo obiettivo fu raggiunto nel 1598 quando l'ultimo marchese, Sforza Andrea, vendette a Filippo II d'Asburgo tutti i diritti feudali sui feudi carretteschi.

Alla conclusione della guerra di successione spagnola, il Marchesato di Finale fu infeudato alla Repubblica di Genova, ma mantenne i propri statuti medievali sino alla nascita della Repubblica Ligure 1797. Fra tutte le dinastie aleramiche, quella carrettesca fu la più longeva ed anche la marca di Savona, sia pure ridotta enormemente in dimensione, trovò in Finale uno dei suoi rami più duraturi.

Gli Aleramici di Busca e il ramo siciliano dei Lancia

Un altro importante ramo della dinastia degli Aleramici furono i Lancia. Costoro discendevano da Guglielmo del Vasto, figlio di Bonifacio e diventato primo marchese di Busca. Il marchesato, stretto fra le ambizioni della nuova città di Cuneo, la potenza dei marchesi di Saluzzo e l'occupazione di parte del Piemonte da parte degli Angioini sopravvisse solo fin verso la fine del XIII secolo. Sembra, però, che un ramo di questa dinastia si sia trasferito in Sicilia, dando origine ad una delle più importanti famiglie aleramiche (non tutti i genealogisti sono d'accordo su questa discendenza) i Lanza o Lancia.

Guglielmo del Vasto ebbe tre figli: Berengario, che ereditò il marchesato e da cui discendono i "Lancia" piemontesi (famiglia, che continuò ad esistere fino al XIX secolo), Manfredo e Corrado. Essi avrebbero ereditato dallo zio Oddone Boverio (altro figlio di Bonifacio del Vasto e conte di Loreto) alcuni feudi nell'Astigiano.

Il capostipite dei Lanza, secondo molti genealogisti, sarebbe stato proprio Manfredo, che era stato soprannominato Manfredo Lancia a causa dell'attività di lanciere a servizio dell'imperatore Federico I il Barbarossa. Egli fu padre di Bianca[18], di cui si innamorò l'imperatore Federico II di Svevia. Federico restò legato a Bianca per oltre venti anni e, secondo una leggenda, l'avrebbe anche sposata pochi giorni prima della morte. Da Bianca, Federico II ebbe il figlio Manfredi che sarà nominato vicario del Regno di Sicilia e che fu ucciso nella battaglia di Benevento. Manfredi è ricordato da Dante nel III canto del Purgatorio.

Le circostanze dell'incontro di Bianca e Federico, avvenuto nel 1210, non sono chiare. Secondo alcuni ebbe luogo presso la corte del marchese Bonifacio I del Monferrato, presso la cui corte si era trasferito il padre dopo la morte del Barbarossa; secondo altri invece la scintilla scoccò nel castello di Agliano (vicino a Loreto), il cui signore, Bonifacio d'Agliano, aveva sposato la vedova di Manfredo Lancia. L'amicizia con l'Imperatore, valse a Manfredi II Lancia (fratello di Bianca) la carica di Vicario generale dell'Impero d'Italia e poi capitano Imperiale di Pavia e Asti, dove morì ucciso nel 1248. Alla corte degli Hohenstafen in Sicilia, si sviluppò così un ramo della famiglia aleramica anche in Italia meridionale[19]

Galvano Lancia, divenne un importantissimo funzionario della corte tedesca a Palermo; fu nominato Vicario di Toscana e Gran Maresciallo di Sicilia. Dopo la Battaglia di Benevento (1266), rifugiatosi in Calabria assieme a Manfredi di Sicilia, combatté con il giovane Corradino di Svevia contro Carlo d'Angiò, ma fatto prigioniero dai francesi, fu decapitato insieme ai figli Galeotto e Bartolomeo.

Il nipote Corrado I Lancia, dopo essere fortunosamente scampato ai massacri compiuti contro i sostenitori degli svevi, riparò in Aragona, dove divenne aiutante del re Pietro III di Aragona e capitanò svariate spedizioni militari, tra cui l'intervento in Sicilia. Suo figlio Galeotto fu Conte di Caltanissetta e Gran Cancelliere del Regno di Sicilia nel 1297.

Gli Aleramici di Incisa

Un altro potentato di particolare rilevanza fu il piccolo Marchesato di Incisa, creato nel XII secolo da Alberto del Vasto e conservato, con alterne vicende, fino al 1548.

La politica degli Incisa oscillò sempre tra Milano e i Monferrato. Dilaniata dalle guerre civili, Incisa vide nella figura di Oddone d'Incisa, nella fine del XV secolo, un personaggio dal particolare carisma, che cercò di spodestare il marchese Guglielmo IX del Monferrato. Scoperto il complotto, Oddone venne condannato a morte. Il territorio del marchesato fu poi annesso ai Gonzaga.

Arte


Letteratura nelle corti Aleramiche

Poco noto, ma di estrema importanza per la storia della letteratura regionale, fu il mecenatismo di taluni principi di stirpe aleramica, che ospitarono nelle loro piccole corti un gran numero di artisti, specialmente letterati.

La corte dei Monferrato accolse un grande numero di poeti ed artisti dell'epoca: la poesia provenzale trovava nelle gesta dei Monferrato in Oriente un ottimo spunto per i racconti epici. In Piemonte si trovavano in quegli anni poeti famosi come Gaucelm Faidit, Rambaldo di Vaqueiras e Bertran de Born. Ma alla morte di Bonifacio, quando il figlio Guglielmo VI decise di concentrare la sua politica solo sul consolidamento del potere nel marchesato e sulla sua difesa, si attirò le ire dei cortigiani e dei poeti che lavoravano alla corte del padre. In poco tempo, essi abbandonarono il Monferrato, trovando spunti per le loro opere nelle gesta di altri condottieri crociati.

Un discorso a parte merita invece Tommaso III, signore di Saluzzo, che scrisse, durante un periodo di prigionia a Torino nei primi anni del XV secolo, un poema in lingua provenzale. Intitolato Le Chevalier Errant, esso rimase noto quasi esclusivamente negli ambienti intellettuali.

Gioffredo della Chiesa, a Saluzzo, scrisse, ormai in italiano (importante punto di svolta, il XV secolo, per passare dal provenzale alla lingua di Dante) una Cronica di Saluzzo.

Altrove, alla corte di Casale, il marchese Galeotto Del Carretto di Millesimo scrisse delle Croniche del Monferrato, cui fece eco Benvenuto di San Giorgio sullo stesso soggetto.

Anche Ludovico II, principe protettore delle arti, scrisse un Trattato sul Buon Governo degli Stati (1499).

Vestigia storiche ed artistiche

Nel campo pittorico, si distingue il ciclo di affreschi realizzati nel Castello della Manta da un non meglio identificato maestro del Castello della Manta. Il palazzo, di proprietà di Valerano di Saluzzo, conserva ancor oggi l'importantissimo ciclo pittorico i cui personaggi, tratti dal poema di Tommaso III Le Chevalier Errant, raffigurano i cortigiani del periodo.

Degna di nota è l'Abbazia di Santa Maria di Lucedio, fondata dal marchese Ranieri I del Monferrato e divenuta il principale luogo di culto del Marchesato monferrino. Conserva, al suo interno, le spoglie di numerosi discendenti di Aleramo.

Sono molti i castelli, degni di nota, in cui si stabilirono membri della dinastia Aleramica: ad esempio i castelli di Camino, di San Giorgio Monferrato, di Finale, oltre che quello di Saluzzo.

Note


  1. ^ Bonifacio I degli Aleramici (11501207), già marchese del Monferrato dal 1192, fondò il Regno di Tessalonica e ne fu il suo primo sovrano dal 1204 alla morte.
    Demetrio degli Aleramici (12051230), figlio di Bonifacio I degli Aleramici, fu il secondo ed ultimo effettivo re di Tessalonica, dal 1207 al 1224. Dopo di lui, altri esponenti della famiglia degli Aleramici e di altre dinastie reclamarono i propri diritti sul Regno, considerandosi, ma solo titolarmente, re di Tessalonica.
  2. ^ Baldovino V (11771186), figlio di Guglielmo "Spadalunga" degli Aleramici e di Sibilla di Gerusalemme, fu re di Gerusalemme dal 1185 alla morte.
    Corrado degli Aleramici (1140 ca.–1192), figlio di Guglielmo V degli Aleramici, zio di Baldovino V e marchese del Monferrato, fu jure uxoris anche re di Gerusalemme, de facto dal 1191 alla morte, de jure solo nel 1192.
    Maria degli Aleramici (11921212), figlia di Corrado, fu regina di Gerusalemme dal 1205 alla morte.
  3. ^ Ottone I, imperatore del Sacro Romano Impero, re d'Italia e re di Germania, conferma nel 967 i titoli di Aleramo, ufficialmente primo marchese del Monferrato.
  4. ^ Giovanni I degli Aleramici (1277 ca.–1305), privo di eredi legittimi e ultimo marchese della sua dinastia, designa come suo unico erede Teodoro, figlio di sua sorella Violante degli Aleramici e di Andronico II Paleologo, Imperatore dell'Impero bizantino.
  5. ^ Stemma documentato solo a partire dal XII secolo per i marchesi di Saluzzo, il principale ramo della casata del Vasto
  6. ^ W. Haberstumpf Ranieri di Monferrato: i rapporti tra Bisanzio e gli Aleramici nel secolo XII" In: Dinastie europee nel Mediterraneo orientale. Gli alambicchi (5). Scriptorium, Torino, pp. 43-76. ISBN 88-86231-25-3
  7. ^ Giosuè Carducci e il suol d'Aleramo |
  8. ^ I falsari più noti, importanti per la storia degli aleramici Del Vasto, furono G.F. Meyranesio e G. Sclavo. Per i marchesi D'Incisa è noto il caso di G. Molinari.
  9. ^ a b c d e f g R. Merlone Aleramo tra storia e mito. Un'analisi comparata tra fonti documentarie e testi letterari in Bollettino del Marchesato n. 3 2005
  10. ^ a b c d e f g h i j k l m n o G. Patrucco (a cura di) Guglielmo I in 2017
  11. ^ a b c d e f F. Cognasso, voce Aleramo in Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 2 1960
  12. ^ G. Patrucco Adelaide di Borgogna: una donna medievale in 2017
  13. ^ E. Colla Da Caristo ad Acqui Terme (la storia di Acqui Terme) Torino 1962 p. 15
  14. ^ Fu diseredato dal padre nel suo testamento del 1125.
  15. ^ Vescovo e marchese di Cortemilia.
  16. ^ vescovo di Alba
  17. ^ Ferraris, p. 123
  18. ^ L'ascendenza di Bianca Lancia non è sicura. Secondo altri sarebbe figlia di Bonifacio I, figlio di Corrado Lancia, fratello di Manfredo.
  19. ^ Secondo altri storici, invece, il capostipite dei Lancia in Sicilia sarebbe Corrado Lancia, Signore del Castello di Fondi dal 1168 e figlio di Oddone Marchese di Loreto, fratello di Guglielmo Marchese di Busca, ed entrambi figli di Bonifacio marchese del Vasto e di Savona.

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Data: 27.02.2021 06:25:24 CET

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