Almanzor


Muhammad ibn Abī ‘Āmir, noto in area cristiana come Almanzor, adattamento dell'arabo المنصور al-Manṣūr, ossia al-Manṣūr bi-llāh, "Colui che è reso vincitore da Dio" (Algeciras, 13 gennaio 938 circa – Medinaceli, 11 agosto 1002), fu il reggente del califfo omayyade di al-Andalus, Hishām II, e responsabile militare e politico del Califfato di Cordova dal 978 alla sua morte. Sotto il suo regno la Spagna islamica raggiunse l'altezza territoriale.

Indice

Origine


Discendente dalla famiglia dei Banū Abī ‘Āmir, che aveva ricevuto dei territori, conosciuti come «Turrush», nella zona di Algeciras da Ṭāriq ibn Ziyād, dopo la conquista degli anni 711 e 712, dove Almanzor nacque.

Biografia


Da giovane si trasferì a Cordova e iniziò la sua carriera come scrivano e segretario del qadi Ibn al-Salim.

Poi, all'età di circa vent'anni, divenne amministratore di 'Abd al-Ramān, figlio primogenito del califfo Al-Hakam II ibn Abd al-Rahman. Quando il primogenito, nel 970, morì in giovane età, Almanzor divenne l'amministratore del secondogenito del califfo al-Hakam II, Hishām II ibn al-Ḥakam, e con la sua cortesia e il suo ingegno conquistò il favore della favorita del califfo e madre di Hisham II, la concubina basca Subh (Aurora), divenendo amministratore delle sue proprietà e poi ispettore della zecca. Accumulò altre cariche lucrative che gli permisero di condurre una vita principesca e diventare anche molto popolare.

Nel 973, per chiarire la confusione amministrativa che si stava creando in Ifriqiya durante l'avanzata del generale Ghālib, al-Ḥakam II inviò Almanzor ad affiancare Ghālib come suo intendente. Al suo ritorno a Cordova, dopo che Ḥakam II era stato colpito da paralisi, sfruttando la contiguità con alcuni membri della famiglia del califfo cominciò ad accusare i governanti di malversazione.

Alla morte di al-Ḥakam II, nel 976, Hishām II aveva solo undici anni e la madre ub, che era reggente, confermò il generale Ghālib comandante dell'esercito, Ja'far al-Mushafi fu confermato hajib e Almanzor fu nominato visir. L'anno dopo, il 16 agosto 977, Almanzor sposò Asmā', la figlia di Ghālib, con una fastosa cerimonia. Ghālib si stabilì al nord per la difesa dei confini, mentre Almanzor rimaneva a Cordova.

Nel 978 Almanzor venne in contrasto con Mushafi, che fu deposto (Almanzor fu nominato hājib al suo posto) e condannato per malversazione, privato di tutti i suoi beni e ridotto in miseria (nel 983 sarà messo a morte). Il generale Ghālib, vedendosi sopravanzato dal genero, si ribellò e organizzò la lotta con centro a Medinaceli. Almanzor si trovò, così, anche a capo dell'esercito fedele al califfo.

Sia per i suoi stretti rapporti con Aurora che per l'invidia per la sua rapida carriera cominciò a essere molto criticato e dovette fare fronte al dissenso e alla cospirazione. Quando i suoi principali nemici, i Faqih, affermarono che era troppo dedito alla filosofia, Almanzor ordinò di bruciare tutti i libri di argomento filosofico della biblioteca del califfo, guadagnandosi una grande reputazione di ortodossia.

Quindi relegò il califfo Hishām II nel palazzo reale di al-Madinat al-Zahira, nelle vicinanze di Cordova e decise di riformare l'esercito:

La ristrutturazione dell'esercito durò circa tre anni, come la lotta contro suo suocero, il generale Ghālib, che alla fine venne ucciso in battaglia, per un colpo ricevuto in testa e la città di Medinaceli fu quindi facilmente conquistata; Almanzor ordinò che la testa del suocero fosse mozzata e fosse esposta sulla porta del palazzo di Cordova. Quindi, dal 981, Almanzor, fu di fatto sovrano di al-Andalus, poiché oltre che hajib fu anche responsabile unico dell'esercito.

Dopo che, nel 981, mettendo alla prova la ristrutturazione dell'esercito, aveva saccheggiato Zamora, il re di León Ramiro III cercò, insieme al conte di Castiglia García Fernández e al re di Navarra Sancho Abarca, di creare una coalizione anti-islamica fra León, Castiglia e Navarra, ammassando truppe nella valle del Duero.

L'hajib Almanzor marciò però celermente contro le truppe cristiane e le sbaragliò nella battaglia di Rueda, 40 km circa a sud-est di Simancas. Allora marciò sulla città di León ma, pur essendo arrivato facilmente alle sue porte, non riuscì a conquistarla.

Al ritorno da questa campagna Almanzor assunse e si fece attribuire il laqab con il quale è noto: al-Mansūr bi-llāh (Colui che è reso vincitore da Dio).

Dopo la dura sconfitta subita a Rueda la nobiltà leonese si ribellò a Ramiro III, eleggendo re Bermudo II, che, nel 984, dopo essere rimasto l'unico re del León, per contenere i nobili ben presto chiese aiuto ad Almanzor, il quale inviò delle truppe, che domata la rivolta, rimasero nel regno, che dal 985 fu tributario di al-Andalus.

Tra il 981 e il 1002 organizzò diverse campagne militari sia in Nordafrica che nella penisola iberica. Le principali furono:

Nell'estate del 997 attaccò Santiago di Compostela, diede fuoco alla chiesa preromanica dedicata a San Giacomo, ma rispettò il sepolcro del santo, per cui permise che i pellegrinaggi continuassero. La leggenda narra che i prigionieri cristiani portarono sulle spalle le porte della città (poi sistemate nella moschea) e le campane della chiesa di san Giacomo (usate come bracieri) sino a Cordova e circa due secoli e mezzo dopo i cristiani fecero fare ai prigionieri musulmani il percorso inverso.

Nello stesso periodo, Aurora, che ormai odiava Almanzor, spinse il figlio Hishām II a chiedere l'aiuto del viceré del Marocco, Ziri ibn Atiya, per destituire Almanzor, che non si fece sorprendere, ma sbarcato a Ceuta, nel 998, sconfisse Ziri e annesse il vicereame ad al-Andalus, mentre Aurora si ritirò a vita privata dedicandosi a opere di carità e morendo l'anno seguente (999).

Secondo le fonti arabe e alcune cristiane (Historia Compostelana e Chronicon Burgense) morì nell'agosto del 1002, molto probabilmente a Medinaceli, in seguito dell'aggravarsi di una malattia che l'aveva colpito; mentre l'arcivescovo di Toledo Rodrigo Jimenez de Rada e il vescovo di Tui, Lucas, oltre duecento anni dopo l'avvenimento, sostennero che Almazor morì nel 998 a causa delle ferite riportate nella battaglia di Calatañazor. Prima di morire, comunque, nominò suo successore il figlio Abd al-Malik al-Muzaffar.

Dimostrò tutta la sua spietatezza, sia in battaglia (ma fu idolatrato dai suoi soldati che portava invariabilmente alla vittoria), sia alla corte del califfato (come pure con il suocero e con gli altri nemici). Però fu amante delle lettere[1] e con la sua generosità fu anche protettore delle scienze, specialmente della medicina. Governò bene, curando gli interessi materiali del suo paese e amministrò severamente la giustizia.

Curiosità


L'arcivescovo di Toledo e il vescovo di Tui, Lucas, oltre duecento anni dopo l'avvenimento, ci narrano che nel 998, il re di León Bermudo II, il re di Navarra Garcia II Sanchez il Tremolante e il conte di Castiglia García Fernández formarono una lega e attaccarono Almanzor a Calatañazor, dove gli inflissero una terribile sconfitta e che Almanzor morì in seguito a Medinaceli a causa delle ferite riportate nella battaglia in questione (la battaglia di Calatañazor).

Inoltre ci dicono che al ritorno dell'esercito di al-Andalus a Cordova, apparve miracolosamente un pastore (nel quale gli storici cristiani videro il diavolo[2]) che cantava la famosa lirica: «A Calatañazor Almanzor perse il suo tamburo» («en Calatañazor perdió Almanzor el tambor»).

Questa versione presenta due grosse inesattezze:

Essendo stata scritta circa duecentocinquanta anni dopo gli eventi, questa tradizione scritta risente quindi di imprecisioni e confusioni storiche, sia riguardo ai partecipanti, sia alla data dell'avvenimento.

Molto probabilmente, a Calatañazor, nel 1002, ci fu uno scontro tra gli alleati cristiani (il re di León Alfonso V, il re di Navarra Sancho III Garcés il Grande e il conte di Castiglia Sancho Garcés e la retroguardia delle truppe di Almanzor che stava rientrando, già gravemente ammalato (e quindi non partecipò alla battaglia), nel suo quartiere invernale di Medinaceli, dove poco dopo morì.

Note


  1. ^ Rafael Altamira, "Il califfato occidentale", in Storia del mondo medievale (trad. della Cambridge Medieval History), Milano, Garzanti, vol. II, 1999, p. 497
  2. ^ Rafael Altamira, "Il califfato occidentale", op. cit., p. 497
  3. ^ Rafael Altamira, "Il califfato occidentale", op. cit., p. 496

Bibliografia


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Data: 14.04.2022 03:54:59 CEST

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