Ereditarietà genetica


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L'ereditarietà genetica è la trasmissione, da una generazione alle successive, dei caratteri originati dall'assetto genetico. L'avvenire di una specie è legato a due condizioni: il patrimonio ereditario, cioè l'insieme di caratteri e di potenzialità che ogni individuo riceve dai genitori al momento della nascita, e le condizioni ambientali in cui si sviluppa e che nel caso della specie umana assumono anche il carattere di processo educativo.

Indice

Storia


Gli antichi avevano una serie di idee riguardo l'ereditarietà, ad esempio Teofrasto propose che i fiori maschili causavano la maturazione dei fiori femminili; Ippocrate ipotizzò che i "semi" venivano prodotti da varie parti del corpo e trasmessi alla prole, al momento del concepimento, mentre Aristotele pensava che al momento del concepimento il seme maschile e quello femminile si unissero.

Per molti secoli si è pensato che il fenomeno dell'atavismo mescolasse a caso i caratteri ereditari e solo con lo studio dei fenomeni genetici si è giunti ad una piena comprensione dell'ereditarietà.

Nel corso del XVII secolo, il microscopista olandese Antoni van Leeuwenhoek (1632-1723) scopri degli "animaletti" nello sperma degli esseri umani. Alcuni scienziati specularono dichiarando che ci fosse un "piccolo uomo" (homunculus) all'interno di ogni spermatozoo. Questi scienziati formarono una scuola di pensiero conosciuta come "spermisti" la quale sosteneva che i soli contributi della femmina per la generazione di un figlio si limitassero ad ospitare la crescita dell'homunculus nel proprio grembo. Una scuola di pensiero opposta, gli ovisti, affermava invece che il futuro uomo risiedeva all'interno dell'ovulo materno e che lo sperma serviva solo a stimolare la sua crescita e che addirittura il sesso della prole fosse già determinata ancor prima del concepimento.


Agli inizi del XX secolo, con la riscoperta delle teorie di Mendel, le scienze evoluzionistiche "incrociarono" le sue scoperte con le ipotesi di Charles Darwin: si ebbe così la nascita della cosiddetta "sintesi moderna", ovvero la teoria evolutiva più autorevole, che rimase in auge fino agli anni settanta. Questa teoria postulava la graduale selezione dei caratteri più favorevoli, alla luce delle teorie genetiche, seguendo un adattamento delle specie all'ambiente. Questa teoria è stata in parte modificata e resa più rispondente alle prove empiriche dalla "teoria degli equilibri punteggiati", che comunque riconosce le leggi di Mendel e il fondamentale contributo della genetica per studiare i processi evolutivi.


Il biologo statunitense Walter Sutton, studiando i fenomeni di segregazione mendeliana e confrontandoli con il comportamento dei cromosomi, affermò che i geni si trovavano all'interno dei cromosomi, in posizioni fisse, definite "loci", e che i fenomeni di riduzione cromatinica erano la causa delle leggi mendeliane.

In seguito si svilupparono i modelli strutturali degli acidi nucleici, molecole capaci di duplicarsi, con gli studi di Watson e Crick, e si affrontò la decifrazione del codice genetico e le modalità con le quali i diversi caratteri ereditari vengono "registrati" e trasmessi.

L'ereditarietà mendeliana


Con considerazione delle patologie, invece, si possono elencare altre tipologie di ereditarietà:

L'ereditarietà di fenotipi patologici


Differentemente dal passato oggi si sa che le infezioni congenite non sono ereditarie ma vengono trasmesse dallo stesso microbo all'interno della placenta, come nella sifilide congenita o ereditaria, e che l'unica trasmissione dal genitore al figlio riguarda la predisposizione alla malattia e non l'infezione stessa.

Altri tipi di malattie, come quelle ereditarie o familiari (ad esempio l'emofilia, alcune forme di malattie nervose) vengono invece trasmesse tramite i geni come se fossero caratteri ereditari al pari del colore degli occhi dei tratti somatici.

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Categorie: Genetica formale | Processi biologici




Data: 17.02.2022 04:20:54 CET

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