Konstantinos Kavafis


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(EL)

«Ἀπ᾽ ὅσα ἔκαμα κι απ᾽ ὅσα εἶπα
νὰ μὴ ζητήσουνε νὰ βροῦν ποιòς ἤμουν.
[...]
Ἡ πιò ἀπαρατήρητές μου πράξεις
καὶ τὰ γραψίματά μου τὰ πιò σκεπασμένα –
ἀπò ἐκεῖ μονάχα θὰ μὲ νιώσουν.»

(IT)

«Da quanto ho fatto, da quanto ho detto
di scoprire non cerchino chi fui.
[...]
Di me le azioni meno percettibili
e dei miei scritti quelli più velati –
sarà solo di lì che capiranno.»

(Segreti, in Poesie inedite, vv. 1-2; 7-9[1])

Konstantinos Petrou Kavafis, noto in Italia anche come Costantino Kavafis (in greco: Κωνσταντίνος Καβάφης; Alessandria d'Egitto, 29 aprile 1863Alessandria d'Egitto, 29 aprile 1933), è stato un poeta e giornalista greco.

Kavafis era uno scettico che fu accusato di attaccare i tradizionali valori della cristianità, del patriottismo, e dell'eterosessualità, anche se non sempre si trovò a suo agio nel ruolo di anticonformista.

Pubblicò 154 poesie, spesso ispirate all'antichità ellenistica, romana e bizantina, ma molte altre sono rimaste incomplete o allo stato di bozza. Scrisse le sue poesie più importanti dopo i quarant'anni.

Indice

Biografia


Konstantinos Petrou Kavafis, noto anche col nome anglicizzato Constantine P. Kavafy, o in italiano, come Costantino Kavafis, nacque ad Alessandria d'Egitto da genitori greci facenti parte della comunità ellenica d'Istanbul. Suo padre, Petros Ioannis Kavafis, aveva una ben avviata ditta di import-export. Nel 1872, dopo la morte del padre, avvenuta nel 1870, Kavafis e la sua famiglia furono costretti a trasferirsi a Liverpool e a Londra.[2]

Kavafis tornò ad Alessandria nel 1879.[2]

Lo scoppio delle rivolte nazionaliste nel 1885 costrinse la famiglia a muoversi ancora, questa volta a Costantinopoli. In quell'anno stesso, però, Kavafis ritornò ad Alessandria, dove visse per il resto della sua vita.[2]

Inizialmente lavorò come giornalista; successivamente divenne agente di Borsa (occupazione che mantenne fino al 1902); poi nel 1892 lavorò anche al Ministero egiziano dei lavori pubblici, nel settore delle Immigrazioni, dove lavorò come interprete per circa trent'anni.[2]

Dal 1891 al 1904 pubblicò alcune poesie, che gli fruttarono una certa fama per tutta la vita. Morì di tumore alla laringe il 29 aprile 1933, il giorno del suo settantesimo compleanno.

Dalla sua morte, la fama di Kavafis è cresciuta, e oggi è considerato uno dei più grandi poeti greci.

Poetica


Kavafis si dedicò molto a ridare vita alla letteratura greca sia in patria che all'estero. Le sue poesie erano solitamente concise, ma riportano molto bene rappresentazioni della realtà o delle società e degli individui letterari che ebbero un ruolo nella cultura greca.[2]

L'incertezza nel futuro, ma anche il saper cogliere il presente e il senso della misura, tutti insegnamenti classici, i piaceri sensuali, il carattere morale e la psicologia degli individui, l'omosessualità e la nostalgia, sono alcuni dei suoi temi preferiti.[2]

Come un recluso, egli non fu mai riconosciuto durante la sua vita. Oltre che i suoi soggetti, anticonvenzionali per l'epoca, le sue poesie mostrano anche un'abile e versatile arte, che viene spesso perduta nella traduzione delle sue opere. La sua poetica viene insegnata nelle scuole greche.[2]

Kavafis nutrì per tutta la vita un senso di chiusura, di segregazione vergognosa e necessaria. Potenze oscure e indefinibili lo hanno murato "inavvertitamente" in una stanza buia, insieme figura della passione e della paradossale ascesi interiore e artistica cui essa lo spingerà, dove il poeta sa di non poter trovare una finestra aperta sul reale e sulla libertà, ed è al tempo stesso lambito dal pensiero angoscioso che l'impossibile finestra gli recherebbe la luce troppo cruda di scoperte ancora peggiori della presente oscurità. Nella solitaria penombra del suo appartamento di Alessandria, con le finestre sempre serrate e il lucore spettrale della lampada a petrolio e delle candele, Kavafis chiedeva alla memoria di ricondurgli i fantasmi della sua giovinezza, di un corpo, di un incontro, fissandoli in una preziosa e sottilmente malinconica rarefazione (talora in alagiche epigrafi funebri, secondo l'immagine di Brame), oppure in una condensazione di passione rinnovata e vittoriosa sull'oblio, specialmente quando è una nuova occasione per resuscitarne una passata, cosicché la ripetizione sospende, per un attimo, il tempo (La tavola accanto).[2]

Già durante l'adolescenza Kavafis scoprì la sua omosessualità; nel lavoro introspettivo e nel fare poetico della maturità avrebbe letto e ascoltato i segni mitici delle proprie radici pagane, della libera, autosufficiente e luminosa sensualità precristiana (ellinikì idonì, «piacere greco»).[2] Ma nel poeta opera con altrettanto diritto una coscienza cristiana «infelice», nelle oscure vesti della censura interiore: l'omoerotismo è «amore infecondo», è «lussuria» che ha bisogno di luoghi e contesti infami per accendersi e trovare compimento.[2]

Kavafis ha una percezione inconfondibilmente tragica e classica del destino umano, sebbene si realizzi poeticamente con un'asciuttezza e un orrore spiccatamente moderni: la nostra inquietudine guasta l'opera sublime e incomprensibile degli dèi (Interruzione); ci sforziamo di schivare una sorte che immaginiamo ineluttabile, ma il vero ineluttabile ci coglie di sorpresa, quando siamo ormai sfiniti nella nostra lotta di segno.[2] La risposta all'ambiguità disperante di questa condanna universale si articola in possibilità diverse o piuttosto in modulazioni di una fondamentale rassegnata lucidità.[2]

La gnome kavafiana recupera movenze antiche in desolate e quasi prosastiche cadenze di contemporanea amarezza, e sente classicamente la grandezza e la potenza come il massimo pericolo, l'eroismo prediletto da Kavafis è la stoica benedizione di Antonio che saluta, sulla soglia della disfatta, l'Alessandria orgiastica e meravigliosa cui aveva avuto il privilegio di partecipare, vivere e godere.[2]

Splende nelle sue opere, con fiera e abbandonata vividezza, l'eroismo di un poeta che vince, nell'avventura di un eros difficile e segreto, i demoni del veto interno e esterno e sa estrarre dal fango dell'abiezione la perla minacciata della bellezza.[2]

Opere


Comprensione

Poesia degli anni maturi dell'autore greco, in cui si riversa tutta la trascorsa esperienza privata del poeta, con i suoi rimorsi e le sue esitazioni, come unico e fragile esorcismo del declino.

In questa poesia è filtrata la molteplice vita di Alessandria, città sensibile, dissoluta e cosmopolita, che vi assurge a grande mito ellenico, e della vita atemporale del mito partecipa il recupero del passato attraverso le letture erudite guidate dalla fantasia.

Nel periodo della decadenza greca (l'Ellenismo soprattutto tardo) e poi dell'Impero Romano d'Oriente e di Bisanzio, Kavafis proietta le proprie vicende biografiche e talora quelle dell'attività storica e culturale, traendone, in epigrammi squisitamente alessandrini e poemetti dalla sapiente costruzione narrativa, personaggi e quadri preziosi e perfetti, incarnazioni orgogliose e tristi di un'Alessandria eterna.

Prime strofe:

«Anni di giovinezza, vita di voluttà...
Come ne scorgo chiaramente il senso.
Quanti rimorsi inutili, superflui...
Ma il senso mi sfuggiva, allora.
Nella mia giovinezza scioperata
si formavano intenti di poesia,
si profilava l'àmbito dell'arte.
Perciò così precari i miei rimorsi!
E gl'impegni di vincermi e mutare,
che duravano, al più, due settimane.»

(trad. F. M. Pontani [1961])

Cesarione

È un poema scritto nel 1918 nel quale Konstantion Kavafis richiama in vita il fantasma dell'oscuro monarca tardo-alessandrino Cesarione, figlio di Cleopatra e Giulio Cesare, e lo arricchisce di un'esemplarità straziante.

Prima strofa:

«Ieri, di notte, un poco per approfondire
un'epoca, e un poco per diletto,
per trascorrere il tempo, volli aprire
un volume d'epigrafi dei Tolemei. L'ho letto.
Le lodi innumeri, le adulazioni
somigliano per tutti. Tutti sono gloriosi,
magnifici, possenti, generosi,
ogni loro intrapresa è sapientissima.
Le donne, le Cleopatre, le Berenici, anch'esse
sono tutte mirabili regine e principesse.»

(trad. F. M. Pontani [1961])

Miris

Meraviglioso poema nel quale il protagonista, un giovinetto cristiano alessandrino nel crepuscolo del Gentilesimo[3] (IV secolo), compagno dei pagani nella brillante e spregiudicata vita della grande metropoli cosmopolita, è una strana e affascinante maschera di Kavafis che nella cristiana Bisanzio scorgeva la continuità con la Grecia ellenistica e ritrovava, immutabile, in se stesso quella polarità, tragicamente iscritta in tutta l'esperienza moderna.

Prime strofe:

«Come udii la sciagura, la morte di Miris,
andai da lui. (Non metto piede, in genere,
in case di cristiani,
specie quando ci sono lutti, o feste).
Ma rimasi nell'andito. Non volli
addentrarmi di più: m'avvidi bene
che i parenti del morto mi guardavano
con perplesso disagio.»

(trad. F. M. Pontani [1961])

Itaca

Struggente poesia sul senso della vita[4], concepita come viaggio verso una meta che si raggiungerà dopo lunghe peregrinazioni. Il riferimento mitologico è al celeberrimo viaggio di Ulisse nell'Odissea. Il poeta afferma in questa lirica che non bisogna avere fretta di giungere a destinazione, alla propria "Itaca", ma bisogna approfittare del viaggio (e quindi della vita) per esplorare il mondo, crescere intellettualmente e ampliare il proprio patrimonio di conoscenze. In ultima analisi, il senso di Itaca è proprio quello di fungere da stimolo per il viaggio, più che da meta da raggiungere e fine a se stessa. "Itaca" è un viaggio nel quale non è importante se la meta è poi deludente. È giusto apprendere il più possibile durante il viaggio, vivere esperienze, tenendo sempre presente il sentimento forte e deciso che porterà a destinazione. E se poi, giungendo ad Itaca, rimarremo delusi poiché non avrà risposto alle nostre aspettative, non saremo tristi. Itaca è stata la meta che ci ha fatto intraprendere il viaggio e la causa di tutte quelle belle esperienze.

Prima strofa:

«Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Posidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto, e squisita
è l'emozione che ti tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Posidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.»

(trad. F. M. Pontani [1961])

Aspettando i barbari (Le invasioni barbariche)

Lo stesso argomento in dettaglio: Aspettando i barbari (Kavafis).

«Che cosa aspettiamo così riuniti sulla piazza?
Stanno per arrivare i Barbari oggi.
Perché un tale marasma al Senato?
Perché i Senatori restano senza legiferare?
È che i barbari arrivano oggi.
Che leggi voterebbero i Senatori?
Quando verranno, i Barbari faranno la legge.
Perché il nostro Imperatore, levatosi sin dall'aurora,
siede su un baldacchino alle porte della città,
solenne e con la corona in testa?
È che i Barbari arrivano oggi.
L'Imperatore si appresta a ricevere il loro capo.
Egli ha perfino fatto preparare una pergamena
che gli concede appellazioni onorifiche e titoli.
Perché i nostri due consoli e i nostri pretori sfoggiano la loro rossa toga ricamata?
Perché si adornano di braccialetti d'ametista e di anelli scintillanti di brillanti?
Perché portano i loro bastoni preziosi e finemente cesellati?
È che i Barbari arrivano oggi e questi oggetti costosi abbagliano i Barbari.
Perché i nostri abili retori non perorano con la loro consueta eloquenza?
È che i Barbari arrivano oggi. Loro non apprezzano le belle frasi né i lunghi discorsi.
E perché, all'improvviso, questa inquietudine e questo sconvolgimento?
Come sono divenuti gravi i volti!
Perché le strade e le piazze si svuotano così in fretta
e perché rientrano tutti a casa con un'aria così triste?
È che è scesa la notte e i Barbari non arrivano.
E della gente è venuta dalle frontiere dicendo che non ci sono affatto Barbari...
E ora, che sarà di noi senza Barbari?
Loro erano una soluzione.»

(trad. Filippo Maria Pontani)

È facile evincere da questi assaggi poetici la continua, disperata ricerca di una bellezza misteriosa e inafferrabile, un'evocazione di attimi nascosti e di amori cantati ora con accenni violentemente sensuali ora accorati e nostalgici, mescolati a una tragica visione della storia intesa come eterno scontro tra gli uomini e il destino.

Note


  1. ^ Konstandinos P. Kavafis, Segreti [1908], trad. it. di F.M. Pontani e N. Crocetti, in AA.VV., Poeti greci del Novecento, a cura di N. Crocetti e F. Pontani, Mondadori, Milano 2010, p. 215.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n Biografical note
  3. ^ Gentiléṡimo , in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 14 novembre 2014.
  4. ^ Alcuni commentatori[chi?] indicano un frammento di Petronio (XLIV) quale fonte d'ispirazione: «Linque tuas sedes, alienaque litora quaere / o iuvenis: maior rerum tibi nascitur ordo. / Ne succumbe malis: te noverit ultimus Ister / te Boreas gelidus securaque regna Canopi / quique renascentem Phoebum cernuntque iacentem: / maior in externas Ithacus descendat harenas». Anche se così fosse, la rielaborazione e l'arricchimento effettuati da Kavafis sono talmente rilevanti da sommergere lo spunto[senza fonte].

Bibliografia


Traduzioni italiane

Letteratura critica

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Data: 01.03.2021 01:10:01 CET

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