Re Artù


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«HIC IACET ARTHURUS REX QUONDAM REXQUE FUTURUS»

(iscrizione tombale di re Artù da La morte di Artù, libro XXI)
Re Artù
Re Artù, dettaglio dal Christian Heroes Tapestry, 1385 circa
Sagamateria di Bretagna
1ª app. incitazione nel poema Y Gododdin.
ProfessioneRe di Britannia

Re Artù (noto anche come Artù Pendragon. In gallese: Brenin Arthur; in cornico: Arthur Gernow; in bretone: Roue Arzhur; in inglese: King Arthur) è un leggendario condottiero britannico che, secondo le storie e i romanzi medievali, difese la Gran Bretagna dagli invasori sassoni tra la fine del V secolo e l'inizio del VI. I dettagli della vita di Artù sono principalmente frutto di folclore e invenzione letteraria, e la sua esistenza storica è discussa e contestata dagli storici moderni.[1] Lo sfondo storico delle vicende relative ad Artù è descritto in varie fonti, tra cui gli Annales Cambriae, la Historia Brittonum e gli scritti di Gildas di Rhuys. Nelle citazioni più antiche che lo riguardano e nei testi in gallese non viene mai definito re, ma dux bellorum (lett. "condottiero delle guerre"). Antichi testi altomedievali in gallese lo chiamano ameraudur (lett. "imperatore"), prendendo il termine dal latino, che potrebbe anche significare "signore della guerra". Il nome di Artù si ritrova anche nelle più antiche fonti poetiche come il poema Y Gododdin.[2]

Artù è una figura centrale nelle leggende che costituiscono la materia di Bretagna (anche ciclo bretone o ciclo arturiano), dove appare come la figura del monarca ideale sia in pace sia in guerra, ma soprattutto come un sovrano di un regno fantastico (pieno di creature magiche, maghi, armi incantate, battaglie e avventure), con capitale una grossa fortezza (Camelot). queste caratteristiche lo resero uno dei più famosi personaggi dell'immaginario medioevale e della storia, ma sarà anche fondamentale per la creazione di personaggi (sovrani o regnanti) fantastici che fanno parte dell'odierno genere Fantasy.

Il leggendario Artù si è sviluppato come una figura di interesse internazionale in gran parte grazie alla popolarità della fantasiosa e immaginaria Historia Regum Britanniae (storia dei re della Gran Bretagna) del XII secolo scritta da Goffredo di Monmouth.[3] In alcuni racconti e poesie gallesi e bretoni che per prime descrivono queste storie, Artù appare come un grande guerriero che difende la Gran Bretagna da nemici umani e soprannaturali o come una figura magica del folklore, talvolta associata a Annwn, l'oltretomba della mitologia gallese.[4] Non si sa quanto l'Historia di Goffredo (completata nel 1138) sia stata ispirata da tali precedenti fonti o non sia piuttosto frutto dell'invenzione dell'autore stesso.

Anche se i temi, gli eventi e i personaggi della leggenda arturiana variano considerevolmente da testo a testo e non esiste una versione canonica, quella proposta da Goffredo viene spesso considerata come punto di partenza per i successivi racconti. Goffredo descrisse Artù come un re di Gran Bretagna che sconfisse i Sassoni e fondò un impero in Gran Bretagna, Irlanda, Islanda, Norvegia e Gallia. Molti elementi e personaggi che ora sono parte integrante della storia di Artù figurano già nella storia di Goffredo, tra cui il padre Uther Pendragon, il mago Merlino, la moglie di Artù Ginevra, la spada Excalibur, il concepimento di Artù nel castello di Tintagel, la sua ultima battaglia contro Mordred a Camlann e il riposo finale ad Avalon. Lo scrittore francese Chrétien de Troyes del XII secolo, che aggiunse alla storia il personaggio di Lancillotto e il Santo Graal, fu colui che dette inizio al genere del romanzo arturiano che divenne un importante filone della letteratura medievale. Nei racconti francesi, l'attenzione narrativa si sposta frequentemente da re Artù verso altri personaggi, come gli altri cavalieri della Tavola Rotonda. La letteratura arturiana prosperò nel corso del medioevo ma poi andò decadendo nei secoli successivi, fino a quando non conobbe una forte rinascita a partire dal XIX secolo. Nel XXI secolo, la leggenda continua a vivere, non solo nella letteratura ma anche in adattamenti per teatro, film, televisione, fumetti e altro.

Indice

Discussione sulla storicità


Lo stesso argomento in dettaglio: Storicità di re Artù.

Da tempo gli studiosi discutono circa la storicità della leggenda di re Artù. Una scuola di pensiero, che cita alcune parti della Historia Brittonum e degli Annales Cambriae, vede il re come una vera figura storica, un condottiero romano-britannico che avrebbe combattuto contro gli invasori anglo-sassoni tra la fine del V secolo e gli inizi del VI. La Historia Brittonum, una compilazione storica scritta in latino nel IX secolo attribuita in alcuni manoscritti tardivi a un chierico gallese chiamato Nennius, contiene la prima menzione databile di re Artù ed elenca dodici battaglie a cui egli prese parte. Queste culminarono nella battaglia del Monte Badon, dove si racconta che da solo riuscì a uccidere 960 nemici. Studi recenti, tuttavia, si interrogano sull'affidabilità della stessa Historia Brittonum.[6]

L'altro testo che sembra sostenere la teoria favorevole all'esistenza storica di Artù è l'Annales Cambriae del X secolo, il quale anch'esso correla Artù alla battaglia del Monte Badon. Gli Annales datano questa battaglia tra il 516 e il 518 e menzionano anche la battaglia di Camlann, in cui Artù e Mordred vennero entrambi uccisi, collocandola tra il 537 e il 539. Questi dettagli sono stati spesso utilizzati per rafforzare la fiducia riguardo l'Historia e per confermare che Artù avesse combattuto realmente a Badon. Tuttavia sono emersi dei problemi nell'utilizzare questa fonte a sostegno della storicità dell'Historia Brittonum. L'ultima ricerca dimostra che gli Annales Cambriae si basavano su una cronaca incominciata alla fine dell'VIII secolo in Galles. Inoltre, la complessa storia testuale degli Annales Cambriae esclude con ogni certezza che gli annali arturiani siano stati aggiunti a essa prima. Vennero probabilmente aggiunti durante il X secolo e potrebbero non essere esistiti in una precedente raccolta di annali. La parte sulla battaglia di Badon probabilmente deriva dalla Historia Brittonum.[7]

Questa mancanza di convincenti testimonianze precoci è il motivo per cui molti storici escludono Artù dai loro resoconti della Britannia postromana. Secondo lo storico Thomas Charles-Edwards, "a questo punto dell'inchiesta si può solo dire che ci sia stato un Artù storico [ma ...] gli storici non possono dire ancora nulla di valevole su di lui".[8] Queste moderne ammissioni dell'ignoranza sono una tendenza relativamente recente; le generazioni precedenti di storici furono meno scettiche. Ad esempio, lo storico John Morris ha fatto del presunto regno di Artù la base organizzativa della sua storia The Age of Arthur (1973) che racconta la Gran Bretagna e l'Irlanda postromana. Tuttavia, anche così, egli ebbe poco da dire sull'Artù storico.[9]

Parzialmente in reazione a tali teorie, emerse un'altra scuola di pensiero che sosteneva che non vi fosse alcuna esistenza storica di Artù. L'Age of Arthur di Morris spinse l'archeologo Nowell Myres a osservare che "nessuna figura posta sul confine tra la storia e la mitologia ha fatto sprecare più tempo agli storici".[10] Il sermone De Excidio Britanniae ("Sulla rovina della Britannia") del VI secolo di Gildas di Rhuys, scritta nel vivo ricordo degli eventi della Montagna di Badon, parla della battaglia ma non menziona Artù. Non appare, inoltre, alcuna menzione di re Artù nemmeno nella cronaca anglosassone o in qualsiasi manoscritto sopravvissuto scritto tra il 400 e l'820.[11] Egli è assente anche dalla Historia ecclesiastica gentis Anglorum di Beda il Venerabile, risalente ai primi anni del VIII secolo, un'altra importante antica fonte per la storia postromana che ricorda la battaglia della Montagna di Badon. Lo storico David Dumville ha scritto: "Penso che possiamo disporre di lui [Artù] abbastanza brevemente: deve il suo posto nei nostri libri di storia grazie alla scuola di pensiero 'non fumo senza fuoco'... Il fatto della questione è che non vi sono testimonianze storiche su Artù e pertanto dobbiamo rifiutarlo dalle nostre storie e, soprattutto, dai titoli dei nostri libri".[12]

Alcuni studiosi sostengono che Artù fosse originariamente un eroe fittizio del folklore, o addirittura una divinità celtica parzialmente dimenticata, a cui successivamente vennero associati fatti reali nel lontano passato. Questi citano a titolo di esempio paralleli con altri personaggi mitologici che poi vennero storicizzati come Hengest del Kent, un leggendario sovrano. Beda il Venerabile attribuì a queste leggendarie figure un ruolo storico nella conquista anglosassone del VI secolo della Gran Bretagna orientale.[13] Non è nemmeno certo che Artù fosse considerato un re nei primi testi. Né la Historia né gli Annales lo chiamano con l'appellativo "rex": il primo lo chiama invece "dux bellorum" (condottiero delle battaglie) e "miles" (soldato).[14]

I documenti storici relativi al periodo postromano sono scarsi, per cui una risposta definitiva alla questione dell'esistenza storica di Artù è improbabile. A partire dal XII secolo sono stati identificati siti e luoghi come "Arturiani",,[15] ma sono carenti di prove archeologiche certe. La cosiddetta "pietra di Artù", scoperta nel 1998 tra le rovine del castello di Tintagel in Cornovaglia in un sicuro contesto archeologico del VI secolo, ha creato un breve fervore ma in seguito ad approfondimenti essa si è dimostrata irrilevante.[16] Altre testimonianze inscritte riguardanti Artù, tra cui la presunta tomba presso l'Abbazia di Glastonbury, sono contaminate da possibili falsificazioni.[17] Sebbene siano state proposte diverse figure storiche riconducibili ad Artù, non sono mai emerse prove convincenti a favore di queste identificazioni. Queste spaziano da Lucio Artorio Casto, condottiero romano che prestò servizio in Britannia tra il II e il III secolo[18], a imperatori romani usurpatori come Magno Massimo o governatori romani-britannici come Riotamo[19], Ambrosio Aureliano[20], Owain Ddantgwyn[21], e Athrwys ap Meurig[22]

Origini del nome


L'origine del nome Artù resta una questione di dibattito. Alcuni sostengono che derivi dal romano "nomen gentile" (nome di gens romana) "Artorius" di etimologia oscura e contestata (ma forse di origine messapica o etrusca). Alcuni studiosi hanno suggerito che è rilevante per questo dibattito che il nome del leggendario re Artù appare solo come 'Arthur', o 'Arturus', nei primi testi latini arturiani, mai come Artorius (anche se si dovrebbe notare che il latino classico 'Artorius' divenne 'Arturius' in alcuni dialetti volgari latini). Tuttavia, questo non ci può dire nulla circa l'origine del nome Arthur, dato che 'Artorius' sarebbe diventato regolarmente Art(h)ur quando prese in prestito dal gallese. Un'altra possibilità è che sia derivato da un patronimico britannico * Arto-rig-IO (la cui radice, * Arto-rig-"Re orso" si trova nel vecchio nome personale irlandese Art-ri) tramite la forma latinizzata Artorius. Meno probabile è la derivazione comunemente proposta dal gallese arth "orso" + (g) wr "uomo" (in precedenza * Arto-uiros in britannico): ci sono delle difficoltà fonologiche con questa teoria in particolare che un nome composto britannico Arto-uiros dovrebbe dare un vecchio gallese * 'Artgur' e un medio o moderno gallese * Arthwr e non Arthur (nella poesia gallese il nome è sempre scritto Arthur ed è esclusivamente in rima con parole che terminano in-ur, mai con le parole che terminano in-wr - il che conferma che il secondo elemento non può essere [g] wr "uomo"). Una teoria alternativa, che ha guadagnato solo un'accettazione limitata tra gli studiosi professionisti, fa derivare il nome da Arthur Arcturus, la stella più luminosa della costellazione di Boote (costellazione del Bifolco), vicino all'Orsa Maggiore o Grande Orso. Il latino classico Arcturus sarebbe anche diventato Art (h) ur quando mutuata dal Galles, e la sua luminosità e posizione nel cielo ha portato le persone a considerarlo come il "guardiano dell'orso" (che è il significato del nome in greco antico) e come il "capo" delle altre stelle nella costellazione di Boote (costellazione del Bifolco). Un nome simile è "Artùr" in vecchio irlandese, che si pensa direttamente da un precedente 'Artur', nome in vecchio gallese o cumbrico.

Tradizioni letterarie medievali


Il creatore di Artù come personaggio letterario fu Goffredo di Monmouth grazie alla sua opera pseudo-storica Historia Regum Britanniae (Storia dei re di Britannia), scritta intorno al 1136. Le fonti testuali relative ad Artù vengono solitamente divise tra quelle scritte antecedentemente all'opera di Goffredo (note come testi pre-Galfridiani, dalla forma latina di Goffredo, Galfridus) e quelle scritte successivamente, che non poterono evitare la sua influenza (testi Galfridiani o post-Galfridiani).

Tradizioni pre-Galfridiane

I primi riferimenti letterari ad Artù provengono da fonti gallesi e dei bretoni. Vi sono stati pochi tentativi di definire la natura e il carattere di Artù nella tradizione pre-Galfridiana nel suo complesso, piuttosto che inquadrarlo in un solo testo o in una sola storia. Un studio accademico del 2007 ha tentato di identificare tre filoni chiave per la rappresentazione di Artù in queste antiche fonti.[23] Il primo lo vede come un guerriero senza pari che servì come protettore della Gran Bretagna da tutte le minacce interne ed esterne. Alcune di queste minacce sono di natura umana, come i sassoni che avrebbe combattuto secondo la Historia Brittonum, ma la maggior parte di esse è soprannaturale, inclusi giganteschi gatti, cinghiali diabolici, draghi, cinocefali, giganti e streghe.[24] Nel secondo filone l'Artù pre-Galfridiano è una figura del folklore (in particolare il folklore topografico o onomastico) e dei racconti locali magici, un condottiero di un gruppo di eroi sovrumani che vivono in un paesaggio selvaggio.[25] Il terzo e ultimo filone prevede una stretta connessione tra il primo Artù e l'Annwn, ovvero l'oltretomba nella mitologia gallese. Da un lato, egli lancia assalti alle fortezze dell'altro mondo alla ricerca del tesoro e libera i prigionieri, dall'altro, nelle prime fonti, il suo gruppo include antiche divinità pagane e sua moglie e i suoi beni hanno chiaramente origine dall'oltretomba.[26]

Uno dei più famosi riferimenti poetici gallesi ad Artù è la collezione di elegie nota come Y Gododdin, attribuita al bardo del VI secolo Aneirin. Uno dei componimenti loda il coraggio di un guerriero che uccise 300 nemici, ma dice che nonostante questo "non era Artù", cioè che la sua impresa non poteva essere confrontata con il valore di Artù.[27] Y Gododdin è conosciuto solo grazie a un manoscritto del XIII secolo, quindi è impossibile determinare se questo passaggio sia originale o un'interpolazione successiva. Le teorie che fanno risalire questo passaggio a una versione del VII o precedente sono ritenute non dimostrabili e spesso vien proposto il periodo tra il IX e il X secolo come datazione più plausibile.[28] Numerose poesie attribuite a Taliesin, un poeta che sarebbe vissuto nel VI secolo, si riferiscono anch'esse ad Artù, anche se queste probabilmente in realtà risalgono all'arco temporale che va dall'VIII al XII secolo.[29] Esse comprendono "Kadeir Teyrnon" ("La Presidenza del Principe"), che fa riferimento ad "Artù il Benedetto";[30] "Preiddeu Annwn", che racconta un viaggio di Artù nell'oltretomba;[31] all'altro mondo; e "Marwnat vthyr pen[dragon]", in cui viene descritto il valore di Artù e suggerisce un rapporto padre-figlio tra Artù e Uther Pendragon precedendo Goffredo di Monmouth.[32]

Altri antichi scritti Gallesi relativi ad Artù includono una poesia trovata nel Libro nero di Carmarthen, "Pa gur yv y porthaur?" ("Quale uomo è il guardiano?").[34] Questa prende la forma di un dialogo tra Artù e il guardiano di una fortezza in cui intende entrare dove il primo racconta le azioni proprie e dei suoi uomini, in particolare di Cei (Kay) e Bedwire (Bedivere). Il racconto medievale in prosa gallese Culhwch e Olwen (1100 circa), incluso nella più moderna collezione Mabinogion, presenta una lista molto più lunga di uomini al seguito di Artù, composta da più di 200 nomi, anche se Cei e Bedwyr vantano nuovamente una posizione centrale. Nel suo complesso la storia racconta di Artù che aiuta il cugino Culhwch a ottenere la mano di Olwen, figlia del gigante Ysbaddaden Pencawr, completando una serie di azioni apparentemente impossibili, tra cui la caccia del cinghiale semi-divino Twrch Trwyth. Anche nella Historia Brittonum del IX secolo vi sono dei riferimenti a questo racconto dove il cinghiale viene chiamato Troy(n)t.[35] Infine Artù è menzionato numerose volte nelle Triadi gallesi, una raccolta di brevi sintesi della tradizione e delle leggende gallesi che sono classificate in gruppi di tre personaggi collegati a episodi. I manoscritti successivi alle "Triadi" sono in parte derivati dall'opera di Goffredo di Monmouth e da tradizioni continentali, ma queste non mostrano una tale influenza e sono solitamente accettate per riferirsi alle tradizioni gallesi preesistenti. Anche in questi casi la corte di Artù incominciò a incarnare la leggenda della Gran Bretagna nel suo complesso, con la "Corte di Artù" a volte utilizzata per intendere "L'isola della Gran Bretagna".[36] Sebbene dalla Historia Brittonum e dagli Annales Cambriae non sia chiaro se Artù fosse considerato anche un re, quando fu scritto Culhwch e Olwen e le Triadi, egli era diventato Penteyrnedd yr Ynys hon, "Capo dei signori di questa isola", il sovrintendente del Galles, della Cornovaglia e del Nord.[37]

Oltre a queste poesie e racconti gallesi pre-Galfridiani, Artù compare in altri testi latini antecedenti, oltre che nella Historia Brittonum e negli Annales Cambriae. In particolare, Artù è caratterizzato in una serie di note vitae (agiografie) di santi postromani, nessuna delle quali, tuttavia, oggi viene generalmente considerata una fonte storica affidabile (la più antica risale probabilmente all'XI secolo).[38] Secondo la Vita di San Gildas, scritta nei primi anni del XII secolo da Cardoc di Llancarfan, sembra che Artù abbia ucciso Hueil, fratello di Gildas, e abbia salvato la moglie Ginevra da Glastonbury.[39] Nella vita di San Cadoc, scritta intorno al 1100 (o poco prima) da Lifris di Llancarfan, il santo fornisce protezione a un uomo che ha ucciso tre dei soldati di Artù e quest'ultimo richiede una meria di bestiame come wergeld (guidrigildo, un'indennità) per i suoi uomini. Cadoc li consegna come richiesto, ma quando Artù ne prende possesso essi si trasformano in fasci di felci.[40] Eventi simili sono descritti nelle biografie medievali di Carantoco e Paterno, scritte probabilmente intorno al XII secolo. Una leggenda riguardante Artù appare nella Legenda Sancti Goeznovii che venne spesso raccontata fin dall'inizio dell'XI secolo, anche se il primo manoscritto relativo a questo testo risale solo al XV secolo.[41] Importanti sono anche i riferimenti ad Artù presenti nel De Gestis Regum Anglorum di Guglielmo di Malmesbury e nel De Miraculis Sanctae Mariae Laudensis, che insieme forniscono le prime prove certe della credenza che Artù non fosse effettivamente morto e che un giorno avrebbe fatto il suo ritorno, un tema spesso rivisitato nel folklore post-Galfridiano.[42]

Goffredo di Monmouth

Il primo racconto narrativo della vita di Artù si trova nell'opera in lingua latina Historia Regum Britanniae (Storia dei re di Britannia) scritta da Goffredo di Monmouth intorno al 1138.[43] Quest'opera è un racconto fantastico dei re britanni, a partire dal leggendario Bruto, un eroe di Troia in esilio, al re gallese Cadwaladr Fendigaid del VII secolo. Goffredo colloca Artù nella stessa epoca, ovvero quella postromana, in cui lo pongono la Historia Brittonum e gli Annales Cambriae. Nel racconto sono presenti anche il padre di Artù, Uther Pendragon, il suo consigliere Merlino e la storia del concepimento di Artù in cui Uther giacque con Igraine, la moglie del suo nemico Gorlois dopo averne preso le sue sembianze grazie alla magia di Merlino. Dopo la morte di Uther, il quindicenne Artù gli succedette come re di Gran Bretagna e combatté una serie di battaglie, simili a quelle descritte nella Historia Brittonum, che culminarono nella battaglia di Bath. In seguito sconfisse i Pitti e gli Scoti per fondare un impero attraverso le sue conquiste dell'Irlanda, dell'Islanda e delle Isole Orcadi. Dopo dodici anni di pace, Artù volle espandere ancora una volta il suo impero, assumendo il controllo della Norvegia, della Danimarca e della Gallia. Quest'ultima era ancora parte dell'impero romano quando venne conquistata e quindi la vittoria di Artù porta a un ulteriore confronto tra il suo impero e quello romano. Artù e i suoi guerrieri, tra cui Sir Kay, Beduerus (Bedivere) e Gualguanus (Gawain), sconfiggono l'imperatore romano Lucius Tiberius in Gallia, ma, preparandosi a marciare su Roma, Artù apprende che il nipote Modredus (Mordred) aveva usurpato il suo trono di Gran Bretagna e spinto la regina Ginevra all'adulterio. Artù fece pertanto ritorno in Gran Bretagna dove sconfisse e uccise Modredus nella battaglia di Camlann in Cornovaglia, rimanendo ferito mortalmente. Nominato il parente Costantino come suo successore, Artù venne portato sull'isola di Avalon per essere guarito e da cui non farà più ritorno.[44]

Quanta parte di questa narrazione sia frutto dell'inventiva di Goffredo, è tutt'oggi oggetto di dibattito. Certamente Goffredo utilizzò l'elenco delle dodici battaglie di Artù combattute contro i sassoni che ritrovò nella Historia Brittonum del IX secolo, insieme con la battaglia di Camlann descritta negli Annales Cambriae.[46] La carica di Artù come re di tutta la Gran Bretagna sembra essere stato preso in prestito dalla tradizione pre-Galfridiana, trovandosi anche in Culhwch e Olwen, nelle Triadi gallesi e nelle Vite dei Santi. [61] Infine, Goffredo prese in prestito molti dei nomi dei personaggi vicini ad Artù dalla tradizione gallese pre-Galfridiana, compresi Kaius (Cei), Beduerus (Bedwyr), Guenhuuara (Gwenhwyfar), Uther (Uthyr) e forse anche Caliburnus (Caledfwlch), quest'ultimo divenuto Excalibur nei successivi racconti.[47] Tuttavia, mentre i nomi, gli eventi chiave e i titoli, possono essere stati presi in prestito, lo storico Brynley Roberts ha sostenuto che "la sezione Arturiana sia una creazione letteraria di Goffredo e non deve nulla al precedente narrativo".[48] Così, per esempio, il gallese Medraut è fonte di ispirazione per il cattivo Modredus di Goffredo, ma non vi è alcuna traccia di tale carattere negativo di questo personaggio nelle fonti gallesi fino al XVI secolo.[49] Vi sono stati relativamente pochi tentativi moderni per confutare la teoria che la Historia Regum Britanniae sia innanzitutto un lavoro originale di Goffredo, con l'opinione dottrinale che spesso cita Guglielmo di Newburgh che nel tardo XII secolo affermava che l'autore avesse "ha composto" la sua narrazione, forse attraverso un "inordinato amore per il mentire".[50] Lo scrittore e storico Geoffrey Ashe ha dissentito da questo punto di vista, ritenendo che la narrazione di Goffredo sia parzialmente derivata da una fonte perduta che racconta le gesta di un re britannico del quinto secolo chiamato Riotamo, l'Artù originale; gli storici e i celticisti, tuttavia, si sono sempre dimostrati riluttanti nel seguire Ashe nelle sue conclusioni.[51]

Qualunque siano le sue fonti, l'immensa popolarità della Historia Regum Britanniae di Goffredo non può essere negata. Oltre 200 copie manoscritte in lingua latina dell'opera sono sopravvissute senza contare le traduzioni in altre lingue.[52] Ad esempio, esistono circa 60 manoscritti contenenti versioni in lingua gallese della Historia, il più antico dei quali è stato redatto nel XIII secolo; la vecchia teoria che alcune di queste versioni gallesi stiano alla base della Historia di Goffredo, proposte da storici come Lewis Morris nel XVIII secolo, è stata da molto tempo sconfessata dagli accademici.[53] Per via di questa grande popolarità, l'opera di Goffredo ha enormemente influenzato il successivo sviluppo medievale della leggenda Arturiana. Nonostante non sia affatto l'unica fonte creativa del romanzo arturiano, molti dei suoi elementi furono presi in prestito e sviluppati (ad esempio, Merlino e il destino finale di Artù) e fornì il quadro storico in cui furono inseriti i racconti e le avventure da parte dei romanzieri successivi.[54]

Tradizione romantica

La popolarità della Historia di Goffredo e le sue altre opere derivate (come Roman de Brut di Robert Wace) sono generalmente accettate per essere state un fattore determinante per l'apparizione di un numero significativo di nuove opere arturiane nell'Europa continentale del XII e del XIII secolo, in particolare in Francia.[55] Tuttavia, non furono gli unici lavori che influenzarono gli scrittori successivi, anzi vi è una chiara evidenza che i racconti arturiani erano familiari in Europa continentale prima che Goffredo venisse conosciuto (vedi ad esempio la Porta della pescheria del Duomo di Modena).[56] Gran parte della letteratura arturiana del XII secolo e successiva, si concentra meno sulla figura dello stesso Artù rispetto ad altri personaggi come Lancillotto e Ginevra, Percival, Galahad, Gawain, Sir Ywain e Tristano e Isotta. Mentre Artù è la figura centrale degli scritti pre-Galfridiani e nella stessa Historia, nei romanzi successivi viene precocemente messo da parte.[57] Anche il suo carattere va incontro a cambiamenti radicali. Nelle prime opere e in Goffredo egli viene descritto come un grande e feroce guerriero, che ride mentre sconfigge personalmente streghe e giganti e assume un ruolo di comandante in tutte le campagne militari, mentre nei romanzi scritti successivamente nell'Europa continentale diventa il roi fainéant, il re che non fa nulla, la cui "inattività e acquiescenza costituivano un difetto centrale nella sua società altrimenti ideale".[58] Il ruolo di Artù diviene così paragonabile a quello di un monarca saggio, dignitoso, temperato, un po' blando e, talvolta, debole. Così, semplicemente, diventa scialbo e silenzioso quando viene a conoscenza della relazione tra Lancillotto e Ginevra nel Mort Artu, mentre nel Yvain il cavaliere del leone di Chrétien de Troyes, non riesce a rimanere sveglio dopo una festa e deve ritirarsi per riposare.[59] Tuttavia, come ha osservato l'accademico Norris Lacy, qualunque siano i suoi difetti e le sue debolezze esplicitati in questi romanzi arturiani, "il suo prestigio non viene mai o quasi mai compromesso dalle sue debolezze personali ... la sua autorità e la sua gloria rimangono intatte".[60]

Artù e il suo seguito appaiono in alcuni lai di Maria di Francia[62] ma è stata l'opera di un altro poeta francese, Chrétien de Troyes, che ha avuto la più grande influenza per lo sviluppo del personaggio e della leggenda di Artù.[63] Chrétien scrisse cinque romanze arturiane tra il 1170 e 1190. Erec e Enide e Cligès sono romanzi cortesi che hanno per sfondo la corte di Artù, rappresentando uno scostamento dal mondo eroico gallese dell'Artù Galfridiano, mentre Yvain il cavaliere del leone racconta un'avventura soprannaturale con protagonisti Yvain e Gawain e con il personaggio di Artù margine e indebolito. Tuttavia, il racconto più importante nello sviluppo della leggenda arturiana è stato Lancillotto o il cavaliere della carretta, che introduce Lancillotto e la sua relazione adultera con la moglie di Artù, la regina Ginevra, ampliando e diffondendo il tema ricorrente di Artù come affetto da triolagnia e Perceval o il racconto del Graal che inserisce temi come il Santo Graal e il Re Pescatore e che ancora una volta relega Artù a un ruolo molto limitato.[64] Chrétien fu dunque "strumentale sia nell'elaborazione della leggenda arturiana sia nell'instaurazione della forma ideale per la sua diffusione"[65] e gran parte di ciò che è venuto dopo di lui in termini del ritratto di Artù e del suo mondo costruito sulle fondamenta che aveva posto. Perceval, anche se incompiuta, fu particolarmente popolare: quattro successive sequenze della poesia apparvero nel corso delle prima metà del secolo successivo, con la citazione del Graal e della sua ricerca, sviluppata da altri scrittori come Robert de Boron, un fatto che ha contribuito ad accelerare il declino Artù nel romanticismo continentale.[66] Allo stesso modo Lancillotto e il suo rapporto tra Artù e Ginevra sono diventati uno dei motivi classici della leggenda arturiana, anche se il Lancillotto della prosa Lancelot (1225 circa) e i testi successivi furono una combinazione tra il personaggio di Chrétien e quello di Lanzelet di Ulrich von Zatzikhoven.[67] Anche il lavoro di Chrétien sembra rientrare nella letteratura gallese gallese, con il risultato che l'Artù romantico ha incominciato a sostituire l'Artù eroico.[68] Particolarmente significativi in questo sviluppo furono i Tre romanzi gallesi, molto simili al lavoro di Chrétien, anche se con alcune differenze significative: Owain, o la dama della fontana è legata a Yvain di Chrétien; Peredur, figlio di Efrawg, a Erec e Enide; e Gereint ed Enid, a Perceval.[69]

Fino a circa il 1210, il romanticismo arturiano dell'Europa continentale è stato espresso principalmente attraverso la poesia; dopo questa data i vari racconti incominciano a essere scritti in prosa. Il più significativo tra questi romanzi del XIII secolo è il ciclo in vulgata (noto anche come Corpus Lancelot-Graal), una serie di cinque racconti in prosa in lingua francese scritti nella prima metà di quel secolo.[71] Queste opere sono Storia del Santo Graal (Estoire del Saint Grail), Storia di Merlino (Estoire de Merlin), Lancillotto propriamente detto (Lancelot propre, che costituisce da sola circa la metà di tutta l'opera), La cerca del Santo Graal (Queste del Saint Graal), Morte d'Artù (Mort Artu), che insieme vanno a formare la prima versione coerente dell'intera leggenda arturiana. Il ciclo continuò la tendenza a ridurre il ruolo svolto da Artù nella propria leggenda, in parte attraverso l'introduzione del personaggio di Galahad e l'ampliamento del ruolo di Merlino. Venne introdotto anche Mordred, il risultato di una relazione incestuosa tra Artù e sua sorella e stabilì il ruolo di Camelot, prima menzionata in un passaggio del Lancelot di Chrétien, come la corte principale del re.[72] A questa serie di racconti è subito seguito il ciclo post-vulgata (risalente tra il 1230 e il 1240), di cui la Suite du Merlin ne costituisce una parte, dove si è ridotta notevolmente la rilevanza della relazione tra Lancillotto e Ginevra ma ha continuato a considerare Artù marginale e focalizzandosi in particolare sulla ricerca del Graal.[71] In questo modo, Artù divenne ancor più un personaggio relativamente minore; nella vulgata stessa egli figura significativamente solo nella Storia di Merlino e nella Morte d'Artù. In questo periodo Artù venne annoverato tra i Nove Prodi, un gruppo di tre pagani, tre ebrei e tre cristiani esempi di cavalleria. I Prodi furono elencati per la prima volta nel Voeux du Paon di Jacques de Longuyon nel 1312 e successivamente diventarono un argomento comune della letteratura e dell'arte.[73]

Lo sviluppo del ciclo arturiano medioevale è culminato ne La morte di Artù di Thomas Malory, un'opera della fine del XV secolo che mette insieme il contenuto di diversi romanzi francesi e inglesi relativi a re Artù. Malory basò il suo libro, originariamente intitolato Il libro completo su re Artù e i suoi cavalieri della Tavola rotonda, sui vari romanzi precedenti e in particolare sul ciclo dei Vulgati tanto da realizzare una collezione completa e autorevole delle storie arturiane.[74] Forse proprio per questo e per il fatto che La morte di Artù sia stato uno dei primi libri stampati in Inghilterra, pubblicato da William Caxton nel 1485, che le successive opere arturiane siano derivate dal lavoro di Malory.[75]in questa culminante opera del Ciclo Arturiano del periodo medioevale, Artù non diventerà solo il re della Britannia, ma diventerà anche l'imperatore dell' intero Impero Romano (grazie a una guerra contro il suo nemico Lucio Tiberio). Esaltando al massimo la figura regale di Artù.

Declino, rinascita e leggenda moderna


Letteratura post medievale

La fine del medioevo portò con sé un calo di interesse riguardo ad Artù. Nonostante le versioni inglesi di Malory dei grei romanzi francesi fossero popolari, vi erano sempre maggiori contestazioni riguardo alla veridicità del quadro storico delineato nei romanzi arturiani, assodati fin dai tempi di Goffredo di Monmouth, e quindi sulla legittimità di tutto il ciclo bretone. Così, per esempio Polidoro Virgili, un umanista del XVI secolo, respinse decisamente l'affermazione in cui Artù fosse il capo di un impero postromano, una teoria che si trova in tutta la cronaca tradizionale medievale post-Galfridiana.[76] Anche i cambiamenti sociali associati alla fine del medioevo e del Rinascimento sono stati considerati per aver privato il carattere di Artù e la sua leggenda del potere di entusiasmare il pubblico, con il risultato che nel 1634 vi fu l'ultima stampa, per quasi 200 anni, della Morte d'Artù di Malory.[77]

Tuttavia, re Artù e i racconti associati non furono mai completamente abbandonati, ma fino all'inizio del XIX secolo le storie vennero prese meno seriamente e spesso vennero usate semplicemente come satira politica del XVII e del XVIII secolo.[78] Quindi gli epici di Richard Blackmore, Principe Artù (1695) e Re Artù (1697), rappresentano il leggendario re come caricatura per le lotte di Guglielmo III contro Giacomo II.[78] Allo stesso modo, il racconto arturiano più famoso di questo periodo sembra essere quello di Tom Thumb, che è stato pubblicato prima come chapbooks e poi negli articoli di Henry Fielding; sebbene l'azione sia ben definita nella Britannia arturiana, la narrazione è umoristica e Artù appare come un personaggio comico di carattere romanzesco.[79]

Tennyson e la rinascita

All'inizio del XIX secolo, il medievalismo, il romanticismo e il neogotico risvegliarono l'interesse su di Artù e sui romanzi medievali. In questo periodo venne a formarsi un nuovo codice etico per i gentiluomini incentrato intorno agli ideali cavallereschi incarnati nel romanticismo arturiano. Questa rinnovata attenzione ha incominciato a manifestarsi nel 1816, quando La morte d'Artù di Malory venne ristampata per la prima volta dal 1634.[81] Inizialmente, le leggende arturiane medievali furono di ispirazione in particolare per i poeti, come ad esempio William Wordsworth che scrisse "La domestica egiziana" (1835), un'allegoria incentrata sul Santo Graal.[82] Tra questi fu particolarmente importante anche Alfred Tennyson, la cui prima poesia arturiana "The Lady of Shalott" venne pubblicata nel 1832.[83] Riprendendo la tradizione medievale e romantica, Artù continuò ad occupare un ruolo marginale in queste opere. Il lavoro artistico di Tennyson raggiunse il suo picco di popolarità con gli "Idilli del re" in cui venne ripresa l'intera narrazione della vita di Artù, adattandola ai gusti dei lettori dell'epoca vittoriana. Quest'opera venne pubblicata per la prima volta nel 1859 e già entro la prima settimana ne erano state vendute 10.000.[84] Negli Idilli Artù è diventato un simbolo della virilità ideale che alla fine fallisce, per colpa della debolezza umana, nell'intento di creare un regno perfetto sulla terra.[85] Il successo delle opere di Tennyson ispirarono un gran numero di imitatori generando nel pubblico un notevole interesse nelle leggende arturiane portando le storie di Malory all'attenzione di una platea più ampia.[86]

Questo rinnovato interesse per le vicende arturiane ha continuato a persistere nel XIX e nel ventesimo secolo, influenzando poeti come William Morris e gli artisti preraffaelliti tra cui Edward Burne-Jones.[87] Nonostante che la satira di Tom Thumb, sia stata la principale rappresentazione della leggenda di Artù nel XVIII secolo, dopo la pubblicazione degli Idilli la figura di Artù viene trattata più seriamente e inserita in contesti storici più precisi.[88] Il risveglio del romanzo arturiano ha avuto effetti anche negli Stati Uniti, ad esempio con The Boy's King Arthur (1880) di Sidney Lanier che raggiunse un ampio pubblico e ispirò il romanzo fantastico "Un americano alla corte di re Artù (1889) di Mark Twain.[89] Sebbene l'Artù romantico fosse talvolta un personaggio centrale di queste nuove opere, in altre occasioni ritornò alla sua posizione medioevale dove viene relegato a un ruolo secondario o addirittura manca nella storia, con le opere arturiane di Richard Wagner che forniscono un esempio notevole di quest'ultimo caso.[90] Inoltre, la ripresa dell'interesse nelle storie arturiane incominciò a scemare, tanto che alla fine del XIX secolo solo gli imitatori preraffaelliti se ne occupavano.[91] Anche lo scoppio della prima guerra mondiale influì negativamente in quanto venne danneggiata la reputazione della cavalleria e quindi l'interesse per le sue manifestazioni medievali.[92] La tradizione romantica, comunque, rimase sufficientemente forte per convincere Thomas Hardy, Laurence Binyon e John Masefield a comporre opere teatrali basate sulle vicende arturiane[93] e a T.S. Eliot ad alludere al mito di Artù (ma non ad Artù stesso) nella sua poesia "La terra desolata" in cui viene menzionato il Re Pescatore.[94]

La leggenda nell'epoca contemporanea

Nell'ultima metà del ventesimo secolo, l'influenza della tradizione romantica arturiana continuò grazie a romanzi come Re in eterno (1958) di Terence Hanbury White e Le nebbie di Avalon (1982) di Marion Zimmer Bradley, oltre a fumetti come come principe Valiant (pubblicato a partire dal 1937).[96] Tennyson aveva rielaborato i racconti di Artù in modo tale da andare incontro ai gusti dei lettori del suo tempo e allo stesso modo è successo con gli autori più moderni. Il racconto di Bradley, per esempio, ha un approccio femminista ad Artù e alla sua leggenda,[97] in contrasto con le narrazioni di epoca medievale;[98] inoltre gli autori statunitensi spesso rielaborarono la storia di Artù per essere più coerenti con alcuni valori come l'uguaglianza e la democrazia.[98] I racconti arturiani divennero popolari anche nel cinema e nel teatro. Il musical Camelot è un adattamento del romanzo di T. H. White realizzato da Lerner e Loewe nel 1960, come il cartone animato disneyano La spada nella roccia del 1963; Camelot, che pone l'accento sull'amore tra Lancillotto e Ginevra, è stato trasposto sul grande schermo nell'omonimo film del 1967. La tradizione romantica di Artù appare particolarmente evidente e nel Lancillotto e Ginevra (1974) di Robert Bresson, ne Il fuorilegge (1978) di Éric Rohmer e, in parte, in Excalibur (1981) di John Boorman. Inoltre anche la commedia del 1975 Monty Python e il Sacro Graal trae ispirazione da queste opere.[99]

Ricordi e rielaborazioni della tradizione romanzesca non sono l'unico aspetto importante della leggenda moderna di re Artù. Sono stati effettuati anche tentativi di rappresentarlo come una vera figura storica appartenente al VI secolo, togliendoli gli aspetti "romantici". Come Taylor e Brewer hanno notato, questo ritorno alla tradizione medievale di Goffredo di Monmouth e alla Historia Brittonum è una tendenza recente che è diventata dominante nella letteratura arturiana negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, grazie alla figura leggendaria del re britannico che si oppone agli invasori germanici.[100] La serie radiofonica di Clemence Dane, The Saviors (1942), fa uso dell'Artù storico per incarnare lo spirito della resistenza eroica, similmente a come farà successivamente Robert Cedric Sherriff nel suo The Long Sunset (1955).[101] Questa tendenza a mettere Artù in un contesto storico è evidente anche nei romanzi storici e fantastici pubblicati in questo periodo [120]. Negli ultimi anni, il personaggio di Artù rappresentato come un vero e proprio eroe del V secolo ha fatto il suo ingresso nelle versioni cinematografiche legate alla leggenda, in particolare le serie televisive Artù re dei Britanni (1972-73), Merlin (2008-12), Camelot (2011) e nei film King Arthur (2004), L'ultima legione (2007) e King Arthur - Il potere della spada (2017).

Artù figura storica


Lo stesso argomento in dettaglio: Storicità di re Artù.

La storicità di re Artù è stata a lungo dibattuta dagli studiosi, ma negli anni si è raggiunto un consenso nel ritenere sostanzialmente leggendaria la figura di questo sovrano assoluto per diritto divino. Una scuola di pensiero avanzerebbe l'ipotesi che fosse vissuto nel tardo V secolo o agli inizi del VI secolo, che fosse stato un romano-britannico e che avesse combattuto il paganesimo sassone. I suoi ipotetici quartieri generali si sarebbero trovati in Galles, Cornovaglia, o a ovest di ciò che sarebbe diventata l'Inghilterra. A ogni modo, le controversie sul centro del suo potere e sul tipo stesso di potere che esercitava continuano oggi. Come per l'altra saga inglese per eccellenza, quella di Robin Hood, anche per la figura di re Artù esistono molti plausibili candidati storici, seppure nessuno di essi pare possa - da solo - essere totalmente identificato con il sovrano della tradizione che assommerebbe in sé tutte le caratteristiche di detti personaggi storici, e per tal motivo gli storici si trovano in disaccordo sull'identità certa del personaggio che storicamente sta alla base del mito, ma, in ogni caso, tutti gli studiosi sono certi che non si tratti di un vero e proprio monarca, quanto di un capoclan o di un condottiero al massimo[102].

Il problema annoso dell'identificazione certa della figura di Artù con un personaggio storico dipende in gran parte dal fatto che - una volta ritirate le legioni romane dalla Britannia, si perse la trascrizione storica degli eventi, in quanto i Celti non erano soliti tramandare per iscritto gli avvenimenti[103]. Le prime notizie storiche che tramandano la figura di Artù risalgono a 300 - 350 anni dopo gli eventi a lui collegati. E questo vale non solo per il monarca e i personaggi a lui ricollegabili, ma anche per i luoghi in cui egli operò[103].

Circa i luoghi della saga arturiana, ad esempio si verifica una totale discrepanza tra le fonti:

Non meno enigmatica è poi la figura "storica" che ha funto da prototipo su cui è stata costruita l'epopea leggendaria di re Artù[103].

A ogni modo, si hanno svariati omonimi, o persone con nomi simili, nella sua generazione e si può pensare che siano poi stati riuniti dalle credenze popolari e tramandati come se fossero un'unica entità. Ed ecco così spuntare Arthnou, un principe di Tintagel (in Cornovaglia), che visse nel VI secolo, oppure Athrwys ap Meurig, re del Morgannwg (odierno Glamorgan) e del Gwent (due aree del Galles). Artù potrebbe quindi essere un semplice collage di tutte queste figure mitologiche o storiche.

Artù figura leggendaria


Il nome Artù, che come nome proprio di persona risulta storicamente attestato nella Pietra di Artù, in lingua celtica continentale significa orso, simbolo di forza, stabilità e protezione, caratteri anche questi ben presenti in tutta la leggenda[110]. Un'interessante ipotesi è stata recentemente prospettata da alcuni storici britannici consulenti dell'ente televisivo statale BBC circa l'origine del nome "Arthur". Esso, a loro dire, potrebbe infatti derivare dall'unione del termine bretone "Arth" (che significa "Orso"), con l'analogo termine di derivazione latina "Ursus". Dal vocabolo ancestrale "Arth - Ursus" sarebbe derivato "Arthur"[111]. Nella civiltà celtica gli uomini avevano come nome proprio quello di un animale che sceglievano per sottolineare un tratto fisico o caratteriale, e l'orso è l'animale simbolo per eccellenza della regalità. Anche sulla base del suo nome, una scuola di pensiero ritiene che la figura di Artù non abbia nessuna consistenza storica e che si tratterebbe di una semi-dimenticata divinità celtica poi trasformata dalla tradizione orale in un personaggio realmente esistito, come sarebbe accaduto per Lir, dio del mare, divenuto poi re Lear[112]. In gallese la parola arth significa "orso" e tra i celti continentali (anche se non in Britannia) esistevano molte divinità-orso chiamate Artos o Artio. È probabile che queste divinità siano state portate dai Celti in Britannia. Va anche notato che la parola gallese arth, quella latina arctus e quella greca arctos significano "orso". Inoltre, Artù è chiamato l'"Orso di Britannia" da alcuni scrittori. "Arktouros" ("Arcturus" per i Romani, e "Arturo" in italiano), ovvero "guardiano dell'orsa", era il nome che i Greci davano alla stella in cui era stato trasformato Arkas, o Arcade, re dell'Arcadia e figlio di Callisto, che invece era stata trasformata nella costellazione dell'Orsa Maggiore ("Arctus" per i Romani). Altre grafie esistenti del suo nome sono Arzur, Arthus o Artus. L'epiteto di "Pendragon" gli viene invece dal padre, Uther Pendragon.

Antiche tradizioni


Artù appare per la prima volta nella letteratura gallese: in un antico poema in questa lingua, Y Gododdin (circa 594), il poeta Aneirin (535-600) scrive di uno dei suoi sudditi che lui "nutriva i corvi neri sui baluardi, pur non essendo Artù". A ogni modo, questo poema è ricco di inserimenti posteriori e non è possibile sapere se questo passaggio sia parte della versione originale o meno. Possiamo però fare riferimento ad alcuni poemi di Taliesin, che sono presumibilmente dello stesso periodo: The Chair of the Sovereign, che ricorda un Artù ferito; Preiddeu Annwn ("I Tesori di Annwn"), cita "il valore di Artù" e afferma che "noi partimmo con Artù nei suoi splendidi labours"; poi il poema Viaggio a Deganwy, che contiene il passaggio "come alla battaglia di Badon con Artù, il capo che organizza banchetti/conviti, con le sue grandi lame rosse dalla battaglia che tutti gli uomini possono ricordare".

Un'altra citazione è nell'Historia Brittonum, attribuita al monaco gallese Nennio, che forse scrisse questo compendio dell'antica storia del suo paese nell'anno 830 circa. Nuovamente, quest'opera ci descrive Artù come un "comandante di battaglie", piuttosto che come un re. Due fonti distinte all'interno di questo scritto ricordano almeno 12 battaglie in cui avrebbe combattuto, culminando con la battaglia del Monte Badon, dove si dice abbia ucciso, da solo/con una sola mano, addirittura 960 avversari.

Secondo gli Annales Cambriae, Artù sarebbe stato ucciso durante la battaglia di Camlann nel 537.

Appare inoltre in numerose vitae di santi del VI secolo, ad esempio la vita di san Iltud, che alla lettura sembra essere scritta verso il 1140, dove si dice che Artù fosse un cugino di quell'uomo di chiesa. Molte di queste opere dipingono Artù come un fiero guerriero, e non necessariamente moralmente impeccabile come nei successivi romanzi. Secondo la Vita di san Gildas (morto intorno all'anno 570), opera scritta nell'XI secolo da Caradoc di Llancarfan, Artù uccise Hueil, fratello di Gildas, un pirata dell'isola di Man.

Attorno al 1100 Lifris di Llancarfan asserisce nella sua Vita di san Cadoc che Artù è stato migliorato da Cadoc. Cadoc diede protezione a un uomo che aveva ucciso tre dei soldati di Artù, che ricevé del bestiame da Cadoc come contropartita per i suoi uomini. Cadoc glielo portò come richiesto, ma quando Artù prese possesso degli animali, questi furono trasformati in felci. Il probabile scopo originale di questa storia sarebbe quello di promuovere l'accettazione popolare della nuova fede cristiana "dimostrando" che Cadoc aveva poteri magici attribuiti tradizionalmente ai druidi e così intensi da "battere" Artù. Avvenimenti simili sono descritti nelle tarde biografie medioevali di Carannog, di Padern e Goeznovius.

Artù compare anche nel racconto in lingua gallese Culhwch e Olwen, solitamente associata con il Mabinogion: Culhwch visita la corte di Artù per cercare il suo aiuto per conquistare la mano di Olwen. Artù, che è definito suo parente, acconsente alla richiesta e compie le richieste del padre di Olwen, il gigante Ysbaddaden (tra cui la caccia al grande cinghiale Twrch Trwyth). Questo può essere riportato alla leggenda dove Artù è dipinto come il capo della caccia selvaggia, un tema popolare che è ricordato anche in Bretagna, Francia e Germania.

Roger Sherman Loomis ha elencato questi esempi (Loomis 1972). Gervasio di Tilbury nel XIII secolo e due scrittori XV secolo assegnano questo ruolo ad Artù. Gervasio afferma che Artù e i suoi cavalieri cacciavano regolarmente lungo un antico tratto tra Cadbury e Glastonbury (che è ancora conosciuta come King Arthur's Causeway[113]), e si pensa che lui e la sua compagnia di cavalieri possa essere vista a mezzanotte nella foresta di Brittany o Savoy in Gran Bretagna. Loomis allude a un cenno scozzese nel XVI secolo, e afferma che molte di queste credenze fossero ancora ricorrenti nel XIX secolo al Castello di Cadbury e in diverse parti della Francia. Più tardi parti del Trioedd Ynys Prydein, o Welsh Triads, menzionano Artù e collocano la sua corte a Celliwig in Cornovaglia. Celliwig è stata identificata con la città di Callington dagli anziani antiquari Celtici, ma Rachel Bromwich, l'ultimo editore delle Welsh Triads, afferma che sia in realtà Kelly Rounds, una fortezza nei pressi della parrocchia celtica di Egloshayle.

La spada di Artù


Lo stesso argomento in dettaglio: Spada nella roccia ed Excalibur.

Nel Merlin di Robert de Boron, successivamente ripreso e continuato da Thomas Malory, re Artù ottiene il trono estraendo una spada da una roccia. Nel racconto estrarre la spada è possibile solo a colui che è "il vero re", inteso come l'erede di Uther Pendragon. In quello che viene chiamato Post-Vulgate Merlin, Excalibur, una spada magica, viene donata a re Artù dalla Dama del Lago dopo che Artù è già re (Artù ottiene la spada prendendola dalla mano della Dama che esce fuori da un lago e gli porge l'Excalibur). Secondo diverse fonti Artù distrugge la spada estratta dalla roccia mentre sta combattendo contro re Pellinore, per questo Merlino permetterà ad Artù di ottenere la Excalibur dal lago (così come citato in diversi romanzi tra cui King Arthur and His Knights e King Arthur and the legend of Camelot di Howard Pyle e naturalmente molti romanzi moderni basati sulla saga arturiana).

In questa versione la lama della spada è in grado di tagliare qualunque materiale e il suo fodero è in grado di rendere invincibile chiunque lo indossi. Alcune storie narrano che Artù sia riuscito a estrarre la spada dalla roccia, ottenendo così il diritto a diventare re (e quella spada era Excalibur), ma che l'abbia gettata via dopo che, tramite essa, uccise accidentalmente un suo cavaliere. Merlino allora gli consigliò di trovare una nuova lama, cosa che succede quando Artù riceve la spada dalla Dama del Lago. Anche questa nuova spada verrà chiamata da Artù "Excalibur" così da avere lo stesso nome della originale e precedente spada.

La spada appare la prima volta con il nome di Caliburn nel racconto di Goffredo di Monmouth.

Artù nei media


Letteratura

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Teatro

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Tra le rappresentazioni teatrali con soggetto re Artù si possono ricordare quella del 1923 di Laurence Binyon, con la musica di Edward Elgar, quella del 1937 di D. G. Bridson, con la musica di Benjamin Britten e quella di J. C. Carr, con la musica di Arthur Sullivan.

Musica

Dalla leggenda arturiana sono state tratte anche delle opere musicali, tra cui King Arthur (1691) di Henry Purcell sul libretto di John Dryden. Il famoso compositore Richard Wagner pubblicò, nel 1865, Tristano e Isotta" di cui scrisse il libretto e la musica. Altre composizioni relative ad Artù sono The Birth of Arthur (1909) di Rutland Boughton su libretto di Reginald Buckley, Le Roi Arthus (1903) di Ernest Chausson e Guinevere (1886) di Hubert Parry. The Myths and Legends of King Arthur and the Knights of the Round Table è un album del 1975 di Rick Wakeman liberamente ispirato alle leggende arturiane.

Cinema e televisione

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Lo stesso argomento in dettaglio: Re Artù nel cinema e nella televisione.

Fin dai primi anni dello sviluppo del cinema e della televisione, sono state prodotte numerose opere riguardanti le storie di re Artù e, più in generale, della materia di Bretagna.

Videogiochi

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Re Artù e le leggende a esso correlate, sono protagonisti di molti videogiochi. Ad esempio in Stronghold Legends, una delle campagne di gioco è dedicata ad Artù e ai cavalieri della tavola rotonda, mentre nel multigiocatore in rete Dark Age of Camelot ci sono molti riferimenti alla leggenda Arturiana. In Tzar: Excalibur e il Re Artù, la campagna principale del gioco ripercorre tutte le vicende, a partire da quando il giovane Artù estrae la spada dalla roccia, sino alle più importanti battaglie del suo esercito con i personaggi che orbitano attorno alla sua leggenda, Merlino compreso.

Artù nell'arte


Vi sono varie rappresentazioni di re Artù nell'arte. Si ricordano la statua nella Hofkirche di Innsbruck, il bassorilievo sull'archivolto della Porta della Pescheria della cattedrale di Modena e la raffigurazione sul mosaico di Otranto.

Note


  1. ^ Higham, 2002, pp. 11–37, has a summary of the debate on this point.
  2. ^ Charles-Edwards, 1991, p. 15; Sims-Williams, 1991. Y Gododdin cannot be dated precisely: it describes 6th-century events e contains 9th- or 10th-century spelling, but the surviving copy is 13th-century.
  3. ^ Thorpe, 1966, ma vedi anche Loomis, 1956.
  4. ^ Vedi Padel, 1994; Sims-Williams, 1991; Green, 2007b; e Roberts, 1991a.
  5. ^ Barber, 1986, p. 141.
  6. ^ Dumville, 1986; Higham, 2002, pp. 116–69; Green, 2007b, pp. 15–26, 30–38.
  7. ^ Green, 2007b, pp. 26–30; Koch, 1996, pp. 251–53.
  8. ^ Charles-Edwards, 1991, p. 29.
  9. ^ Morris, 1973.
  10. ^ Myres, 1986, p. 16.
  11. ^ Pryor, 2004, pp. 22–27.
  12. ^ Dumville, 1977, pp. 187–88.
  13. ^ Green, 1998; Padel, 1994; Green, 2007b, capitoli cinque e sette.
  14. ^ Historia Brittonum 56, 73; Annales Cambriae 516, 537.
  15. ^ Per esempio, Ashley, 2005.
  16. ^ Heroic Age, 1999.
  17. ^ Modern scholarship views the Glastonbury cross as the result of a probably late-12th-century fraud. See Rahtz, 1993 e Carey, 1999.
  18. ^ Littleton, Malcor, 1994.
  19. ^ Ashe, 1985.
  20. ^ Reno, 1996.
  21. ^ Phillips, Keatman, 1992.
  22. ^ Gilbert, Wilson)
  23. ^ Green, 2007b, pp. 45–176.
  24. ^ Green, 2007b, pp. 93–130.
  25. ^ Padel, 1994 has a thorough discussion of this aspect of Arthur's character.
  26. ^ Green, 2007b, pp. 135–76. Circa i suoi possedimenti e sua moglie, vedi anche Ford, 1983.
  27. ^ Williams, 1937, p. 64, line 1242
  28. ^ Charles-Edwards, 1991, p. 15; Koch, 1996, pp. 242–45; Green, 2007b, pp. 13–15, 50–52.
  29. ^ Vedi, per esempio, Haycock, 1983–84 e Koch, 1996, pp. 264–65.
  30. ^ Online translations of this poem are out-dated e inaccurate. Vedi Haycock, 2007, pp. 293–311 per una traduzione completa e Green, 2007b, p. 197 per una discussione riguardo a questi aspetti di Artù.
  31. ^ Vedi, per esempio, Green, 2007b, pp. 54–67 e Budgey, 1992, who includes a translation.
  32. ^ Koch, Carey, 1994.
  33. ^ Lanier
  34. ^ Sims-Williams, 1991, pp. 38–46 possiede una traduzione completa e un'analisi del poema.
  35. ^ Per una discussione sul racconto vedi Bromwich, Evans, 1992; vedi anche Padel, 1994, pp. 2–4; Roberts, 1991a; e Green, 2007b, pp. 67–72.
  36. ^ Barber, 1986, pp. 17–18, 49; Bromwich, 1978.
  37. ^ Roberts, 1991a, pp. 78, 81.
  38. ^ Roberts, 1991a.
  39. ^ Translated in Coe, Young, 1995. On the Glastonbury tale e its Otherworldly antecedents, see Sims-Williams, 1991, pp. 58–61.
  40. ^ Coe, Young, 1995.
  41. ^ Vedi Ashe, 1985 per un tentativo di utilizzare questa vita come fonte storica.
  42. ^ Padel, 1994; Green, 2007b; Bullock-Davies, 1982.
  43. ^ Wright, 1985; Thorpe, 1966.
  44. ^ Geoffrey of Monmouth, Historia Regum Britanniae Book 8.19–24, Book 9, Book 10, Book 11.1–2
  45. ^ Thorpe, 1966.
  46. ^ Roberts, 1991b, p. 106; Padel, 1994.
  47. ^ Green, 2007b, pp. 217–19.
  48. ^ Roberts, 1991b, pp. 109–10, 112; Bromwich, Evans, 1992.
  49. ^ Bromwich, 1978, pp. 454–55.
  50. ^ Vedi, per esempio, Brooke, 1986, p. 95.
  51. ^ Ashe, 1985, p. 6; Padel, 1995, p. 110; Higham, 2002, p. 76.
  52. ^ Crick, 1989.
  53. ^ Sweet, 2004, p. 140. Vedi anche, Roberts, 1991b e Roberts, 1980.
  54. ^ Come annotato da, per esempio, Ashe, 1996.
  55. ^ Per esempio Thorpe, 1966, p. 29.
  56. ^ Stokstad, 1996.
  57. ^ Lacy, 1996a, p. 16; Morris, 1982, p. 2.
  58. ^ Padel, 2000, p. 81.
  59. ^ Morris, 1982, pp. 99–102; Lacy, 1996a, p. 17.
  60. ^ Lacy, 1996a, p. 17.
  61. ^ Pyle, 1903.
  62. ^ Burgess & Busby, 1999.
  63. ^ Lacy, 1996b.
  64. ^ Kibler & Carroll, 1991, p. 1.
  65. ^ Lacy, 1996b, p. 88.
  66. ^ Roach, 1949–83.
  67. ^ Ulrich von Zatzikhoven, 2005.
  68. ^ Padel, 2000, pp. 77–82.
  69. ^ Vedi Jones, Jones, 1949 per un'accurata traduzione di tutti e tre i testi. Non è totalmente certa la relazione tra questi romanzi gallesi e il lavoro di Chrétien, tuttavia: vedi Koch, 1996, pp. 280–88 per il confronto delle opinioni.
  70. ^ BNF, 1475, fol. 610v.
  71. ^ a b Lacy, 1992–96.
  72. ^ Per uno studio di questo ciclo si veda Burns, 1985.
  73. ^ Lacy, 1996c, p. 344.
  74. ^ Su Malory e il suo lavoro si veda Field, 1993 e Field, 1998.
  75. ^ Vinaver, 1990.
  76. ^ Carley, 1984.
  77. ^ Parins, 1995, p. 5.
  78. ^ a b Ashe, 1968, pp. 20–21; Merriman, 1973.
  79. ^ Green, 2007a.
  80. ^ Tennyson, 1868.
  81. ^ Parins, 1995, pp. 8–10.
  82. ^ Wordsworth, 1835.
  83. ^ See Potwin, 1902 for the sources that Tennyson used when writing this poem
  84. ^ Taylor, Brewer, 1983.
  85. ^ Vedi Rosenberg, 1973 e Taylor, Brewer, 1983 per l'analisi di "Idilli del re".
  86. ^ Staines, 1996, p. 449.
  87. ^ Taylor, Brewer, 1983; Mancoff, 1990.
  88. ^ Green, 2007a, p. 127; Gamerschlag, 1983.
  89. ^ Twain, 1889; Smith, Thompson, 1996.
  90. ^ Watson, 2002.
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